Il giorno dei Morti (viventi)

Il meglio dell’indie rock americano contemporaneo rende omaggio ai Grateful Dead

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Aa.Vv.
Day of the Dead
4AD

Attiva dal 1989 sul fronte della lotta contro l’Aids, l’organizzazione no profit Red Hot sviluppa in genere le proprie iniziative su scala musicale. A oggi, sotto la sua egida, sono stati pubblicati venti titoli: dal primo della serie, Red Hot Blue, in onore di Cole Porter, datato 1990, si è trattato sovente di tributi a figure artistiche leggendarie, come nei casi di George Gershwin, Duke Ellington e Fela Kuti.

All’elenco si aggiunge adesso un imponente memoriale dedicato ai Grateful Dead. Quale sia il rilievo storico della band lo aveva dimostrato, nell’estate dello scorso anno, Fare Thee Well (ne abbiamo parlato qui): cinquina di appuntamenti imperniata sul triplice show allo stadio Soldier Field di Chicago, sede dell’ultimo concerto con Jerry Garcia, il 9 luglio 1995, un mese prima che morisse (spingendo l’allora presidente Bill Clinton a dichiarare il lutto nazionale).

Fu posta a quel punto la parola fine a una carriera durata mezzo secolo, che aveva elevato i Deads al rango di icona del Novecento americano. Ovviamente era dipeso dalla musica, ma più ancora da ciò che essa simboleggiava: l’improbabile conciliazione fra "tradizione" (il country e altri idiomi folk) e "rivoluzione" (il rock psichedelico, colonna sonora dell’utopia degli hippies). È questa l’unica chiave per decifrare il fenomeno epidemico e intergenerazionale dei cosiddetti deadheads, ossia i fan del gruppo.

Fra costoro, piuttosto imprevedibilmente, troviamo i gemelli Dessner, coppia motrice dei National, che si confrontarono con i Deads – reinterpretandone alcuni brani – da adolescenti e ora firmano il colossale progetto architettato insieme all’indipendente londinese 4AD, con cui già avevano lavorato in occasione di Dark Was the Night, penultimo capitolo della collana Red Hot. Le proporzioni dell’impresa sono definite dai dati numerici: quattro anni di lavoro, una sessantina di musicisti coinvolti, 59 canzoni per una stazza complessiva di circa cinque ore e mezza, suddivise in sei cd (e prossimamente nei dieci dischi in vinile di un cofanetto a tiratura limitata). Le fondamenta di Day of the Dead poggiano sulla scena indie rock statunitense, rappresentata da artisti quali l’ex Sonic Youth Lee Ranaldo, Wilco, Bonnie “Prince” Billy, Grizzly Bear, Stephen Malkmus, Tunde Adebimpe, Bill Callahan, Kurt Vile e The War On Drugs, ma compaiono anche personaggi in apparenza fuori contesto come Anohni, il jazzista Vijay Iver e il guru del minimalismo Terry Riley, mentre sconfinando si notano le presenze dei canadesi Tim Hecker (con una bizzarra rilettura della creazione “plunderfonica” di John Oswald “Grayfolded”), Richard Perry (Arcade Fire) e Fucked Up, dell’astro nascente australiano Courtney Barnett e addirittura dell’Orchestra Baobab dal Senegal, senza dimenticare le complicità di Bob Weir, fondatore e chitarrista dei Deads, e Bruce Hornsby, tastierista aggiunto dal vivo.



Sarebbe superfluo e forse iniquo indicare singoli episodi, benché quando tocca ai National (in particolare con “Peggy-O” e “Morning Dew”) si percepisca un quid supplementare, laddove invece fulcro dell’operazione è lo sforzo corale compiuto nella rielaborazione della suite “Terrapin Station”, che nel 1977 diede nome a uno dei classici realizzati dalla formazione californiana.

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