Il fallimento della riforma Afam

Le dimissioni di Angela D’Onghia, sottosegretario del MIUR con delega alla riforma dei conservatori

La senatrice Angela D’Onghia
La senatrice Angela D’Onghia
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La senatrice Angela D’Onghia si è recentemente dimessa da sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Come ha spiegato ella stessa in un comunicato,  le ragioni della sua decisione stanno “nella presa d’atto atto del fallimento dell’impegno assunto oltre tre anni fa, in forza della delega conferita dal ministro Giannini e successivamente confermata dalla ministra Fedeli, di completare la riforma del sistema Afam introdotta in ordinamento dalla legge n.508/99”. Questa legge, come è noto, prevedeva l'equiparazione alle università dei conservatori, delle accademie d'arte, d’arte drammatica e di danza, ma è rimasta in buona parte inattuata per 17 anni.

Abbiano contatto la senatrice e le abbiamo chiesto quali erano i punti principali del progetto cui ha lavorato per tre anni, senza però che alla fine si sia arrivati a qualche risultato, per il disinteresse della politica all’argomento Afam, acronimo di Alta formazione artistica e musicale. .

«Il primo punto era la governance. Nelle università c’è il rettore ed è lui a nominare un direttore amministrativo di fiducia, mentre nei conservatori e nelle accademie abbiamo tre figure, tra cui facilmente possono sorgere degli attriti: il presidente, che è di nomina politica, il direttore, che viene eletto dai docenti stessi, e il direttore amministrativo, che viene scelto attraverso un concorso pubblico. Il secondo punto prevedeva che i docenti fossero equiparati ai docenti universitari, almeno come stato giuridico se non come trattamento economico.  Ma sono pochi, quindi non hanno forza contrattuale e sono rimasti ingabbiati nel comparto scuola. Il terzo punto riguardava i docenti di seconda fascia: bisognerebbe abolire le fasce e dare la priorità al merito. Il quarto punto è la stabilizzazione dei precari, alcuni dei quali sono in questa condizione da dieci e anche quindici anni: il mio progetto prevedeva che una quota dei nuovi posti di ruolo fosse riservata a loro, sulla base del merito e dell’anzianità».

La legge 508 ha lasciato insoluti altri aspetti fondamentali per la formazione dei giovani musicisti. Oggi per essere ammessi in conservatorio è necessario avere il diploma di maturità e questo significa che si entra non prima dei diciotto o diciannove anni, un’età a cui da altri paesi – e non penso solo alla Cina – arrivano talenti fenomenali che vincono a mani basse i concorsi internazionali. Per un musicista o un danzatore iniziare precocemente gli studi è fondamentale e a questo dovrebbero provvedere le scuole medie ad indirizzo musicale e i licei musicali, che sono assolutamente insufficienti.

«La filiera non funziona e non è in grado di formare allievi all’altezza di quello che dovrebbe essere il livello per entrare nei conservatori. I motivi sono vari, ma il primo e più evidente è che le ore dedicate alla musica nelle medie ad indirizzo musicale e nei licei sono troppo poche».

Allora cosa si dovrebbe fare?

«Va aperta una discussione serena e tranquilla sui conservatori, senza distruggere quello che c’è, ma migliorando l’intera filiera. L’insegnamento della musica va ripensato, ma mi sono resa conta che non c’è la volontà e che la politica non se ne occupa perché il numero dei docenti e degli allievi interessati è relativamente basso. Io invece penso che la musica sia una delle eccellenze italiane e che nella musica l’Italia debba continuare ad esprimersi ai massimi livelli come ha fatto per secoli, ma il sistema dei conservatori ha bisogno di essere sostenuto per essere in grado di formare nel modo migliore i musicisti di domani».

Questa legislatura è ormai al termine, pensa che nella prossima ci sarà la possibilità di riprendere il cammino interrotto?

«Spero che altri portino avanti il completamento della riforma dei conservatori, perché io non so se mi ricandiderò. Ma con le mie dimissioni ho anche voluto dare un segno al governo e forse questo scopo è stato almeno in parte raggiunto, perché sembra che qualcosa si stia muovendo, ma è poco rispetto a quello che si dovrebbe fare».

Di che si tratta precisamente?

«È un emendamento nella legge di stabilità che prevede che nel giro di tre anni i diciotto Istituti musicali pareggiati siano statizzati e che i loro docenti entrino in ruolo. Ma gli istituti dovranno avere i bilanci in regola. L’unico che rischia di non soddisfare questa condizione è quello di Terni, però bisognerà trovare una soluzione, perché non è giusto discriminare docenti e allievi di quest’unico istituto per cause di cui non hanno alcune responsabilità».

 

 

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