Django Reinhardt a Parigi

Una mostra alla Cité de la Musique celebra il grande chitarrista

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«Compositore, ignora il solfeggio. Chitarrista, suona con due dita. Musicista "hot", ha composto una messa»: così la stampa francese presentava Django Reinhardt all'inizio degli anni Quaranta, in occasione dell'annuncio della Messe des Saintes-Maries-de-la-Mer, una messa che il chitarrista belga stava scrivendo per celebrare i suoi compagni rom. Non conoscendo la notazione musicale, Reinhardt chiese aiuto al clarinettista Gérard Lévêque per portare su carta le sue idee. Ma il lavoro si dimostrò più difficile del previsto e dopo diciotto mesi fu abbandonato, lasciando la messa incompiuta. Esiste però una rara registrazione del 1944, eseguita all'organo da Léo Chauliac, che all'epoca rimase inedita. Oggi è possibile ascoltarla - e visionare alcuni frammenti rimasti della trascrizione della messa - al Musée de la Musique di Parigi in occasione della mostra Django Reinhardt: Swing de Paris (dal 6 ottobre al 20 gennaio): un progetto che intende consacrare una delle figure più importanti della storia del jazz europeo proseguendo il ciclo di esposizioni presentate alla Cité de la Musique e dedicate ai grandi musicisti del XX secolo.

Attingendo dalle raccolte di numerosi "djangofili", dal fondo Charles Delaunay e dallo stesso Musée de la Musique, la mostra riunisce un'enorme mole di materiale: le fotografie di Eugène Atget, Brassaï, Émile Savitry, Willy Ronis e Robert Doisneau; qualche filmato tra cui una breve apparizione nel film La route du Bonheur (1952), dove Reinhardt suona un indiavolato be bop su un treno affollato di zingari (scenetta comica, ma intrisa di tristi cliché); e poi ancora lettere, registri, certificati, programmi di sala, locandine, dischi, partiture a stampa, arrangiamenti manoscritti e la leggendaria Selmer "a buca piccola" utilizzata dal chitarrista. Insomma, un numero impressionante di documenti che illustrano le differenti tappe del percorso dell'artista: il debutto con il banjo, l'incidente in cui perse l'uso di due dita della mano sinistra, il successo del suo quintetto a corde in compagnia del violinista Stéphane Grappelli; e poi il nuovo quintetto con clarinetto e batteria, il tour con Duke Ellington e l'abbandono della musica per dedicarsi alla pittura (in mostra anche alcune sue tele); e infine il ritorno sulle scene, la conversione alla chitarra elettrica e le notti al Saint-Germain-des-Prés. Tra i meriti di questa esposizione l'approfondimento delle relazioni poco note tra Reinhardt e la scena artistica e intellettuale parigina: i rapporti con Jean Cocteau, i progetti con Boris Vian, le liriche scritte da Francis Blanche e Jacques Larve a partire dalle musiche del chitarrista. Inoltre dagli stralci di giornale e dalle fotografie d'epoca emerge tutta l'atmosfera della Parigi del primo Novecento, il bal musette, il jazz hot e lo Swing parigino durante gli anni dell'occupazione nazista.

Purtroppo quello che manca è una vera riflessione sulla musica di Reinhardt: è vero che lungo il percorso è possibile ascoltare i brani più significativi della sua carriera e anche qualche rarità (come la citata messa). Ma non vengono approfondite le sue innovazioni compositive, la peculiarità del suo stile, la sua idea di fusione dei generi. Nessun commento neanche per i rari manoscritti messi in bella mostra nelle teche, presentati più per gusto feticistico che per il reale interesse musicale. Tutto questo comunque non toglie valore ad una mostra approfondita e ben curata che ha il merito di portare all'attenzione del grande pubblico materiale fino ad ora accessibile solo a collezionisti e studiosi. Fedele al carattere nomade del chitarrista, l'esposizione sarà presto riproposta in versione itinerante anche al di fuori della Francia. Speriamo passi anche da noi.

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