Approfondimenti

Sebben che siamo donne

L'esperienza della International Women in Jazz di New York

Sheila Anderson e Lil Phillips: sono due voci del jazz quelle che verranno premiate il 13 aprile nella settima edizione dell'International Women in Jazz Festival. Speaker della celebre radio WBGO la prima e cantante la seconda, le due donne saranno protagoniste di uno degli eventi di punta di International Women in Jazz (IWJ), organizzazione no-profit che punta l'attenzione sulle donne che fanno jazz. IWJ offre a donne di tutte le età, di ogni provenienza, con linguaggi e competenze diverse, l'occasione di ritrovarsi per suonare, ascoltare, condividere musica ed esperienze.

«Tra di noi ci sono cantanti, strumentiste, compositrici, danzatrici, studiose, professioniste dell'industria discografica. Ma c'è anche qualche uomo, perché hanno capito che dalle donne c'è sempre qualcosa da imparare». A parlare è Jacqueline Lennon, presidente di IWJ da ottobre 2011 e divisa tra la musica e la tv, dove è protagonista del programma "Jackie & Company".

L'organizzazione è nata in sordina nel 1995, alla chiusura di una conferenza dedicata proprio all'altra metà del jazz. Tra gli ospiti, oltre ad artiste e appassionate, c'erano anche Lorraine Gordon (moglie di Max Gordon e premiata pochi giorni fa con il NEA Jazz Master Award 2013 per il contributo dato con la gestione del Village Vanguard) e Leslie Gourse, critico musicale e autrice di numerosi libri. L'attenzione e la partecipazione erano state così forti da rendere necessario un gesto concreto. E la presidenza era stata affidata a Cobi Narita, che è rimasta alla guida dell'organizzazione fino a poco tempo fa.
«Organizziamo concerti, seminari e workshop - racconta la presidente - Cerchiamo di sostenere e dare assistenza e forza alle donne nel jazz, di far riconoscere il loro lavoro e di rendere omaggio alle grandi artiste. È un impegno che va avanti da anni per conservare l'eredità che ci hanno lasciato. All'inizio la IWJ era all'avanguardia in questo settore: non c'era quasi nessuna organizzazione che si occupasse di dare supporto alle jazziste, renderle consapevoli del proprio talento, guidarle nella carriera». Facile a dirsi, ma come si fa in concreto a fare qualcosa di utile? «Nel caso dei workshop - spiega - chiamiamo i migliori professionisti del settore per mostrare a cantanti e strumentiste come si tenga un concerto, come si faccia un contratto e che cosa ci si debba aspettare quando si va a suonare in un jazz club o in un locale. Spiegano loro le prime cose da fare quando si cercano serate e come far rispettare gli accordi presi con i gestori del locali. Spesso le donne venivano tagliate fuori da tutto questo. O meglio: c'era chi se ne approfittava. Adesso sembra che le cose stiano cambiando. C'è più democrazia nell'aria».

Il festival è l'occasione per consegnare i riconoscimenti alle donne che hanno fatto del jazz la propria esistenza: l'anno scorso, tra le altre, è stata premiata anche Sheila Jordan. E, inevitabilmente, anche questa serata si chiude con una jam session in cui la parola d'ordine è libertà: «Possono partecipare jazziste navigate o principianti, non fa differenza. Per noi non è un problema se si viene a suonare la propria musica, se si legge dallo spartito o si provano nuovi brani: questo è il posto giusto. Non ci sono limiti né confini qui». Proprio per incoraggiare chi sta cercando di farsi strada, la IWJ ha creato il programma "Youth in Action", aperto alle giovani jazziste di ogni nazionalità sotto i 17 anni. Le vincitrici si esibiscono durante la serata del festival.

A dare uno sguardo veloce al comitato consultivo di IWJ, fanno capolino i nomi di Dee Dee Bridgewater, del critico Nat Hentoff, della pianista Marian McPartland. Perché per crescere e aiutare le persone a crescere c'è bisogno soprattutto di confrontarsi con chi ha un background diverso dal proprio. Anche dall'altro lato dell'oceano: in Italia, per esempio, IWJ collabora con la Fondazione Adkins Chiti - Donne in Musica. «Facciamo rete, interagiamo, diventiamo membri di altre organizzazioni - aggiunge Jacqueline Lennon - semplicemente per andare avanti e imparare le cose che ancora non sappiamo. Andiamo a prenderle altrove e gli altri fanno lo stesso venendo qui da noi, perché nessuno è perfetto: stiamo tutti imparando qualcosa. E impariamo gli uni dagli altri».

(Articolo pubblicato sul "giornale della musica" 299, gennaio 2013)


Silvana Porcu




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