n. 82AAVV Tribù Italiche: Puglia di Salvatore Villani Il viaggiatore che parte dal Nord Italia e vuole raggiungere la Puglia, passato il Molise ed entrando in terra di Capitanata (l'attuale provincia di Foggia), crede di essere arrivato a destinazione e di poter raggiungere in poco tempo la parte meridionale della provincia di Lecce. L'ignaro viaggiatore si rende presto conto che il tragitto dall'estremo nord all'estremo sud della regione è pari quasi alla distanza tra Bologna e Pescara, l'insieme di tre regioni italiane. Questa distanza si avverte anche nella differenza sostanziale dei dialetti: di tipo campano in Capitanata, a Bari e a Taranto; di tipo calabro-siculo in provincia di Brindisi e Lecce, ossia la regione storicamente chiamata Terra d'Otranto. La proverbiale lunghezza della Puglia ha profondamente segnato e diversificato le forme della tradizione musicale. I repertori più conosciuti fanno riferimento alle varie forme di tarantelle del Gargano (accompagnate da varie compagini strumentali comprendenti la chitarra battente - strumento arcaico con cinque corde semplici, doppie o triple), di pizzica salentina per il corteggiamento e il tarantismo, ridenominata anche pizzica de core, ballo della taranta o danza dei coltelli (maggiori informazioni su www.taranta.it), ad alcuni canti in griko sempre di area salentina, e a qualche sporadica tarantella delle Murge. Ma il panorama musicale pugliese si presenta molto più ricco e variegato, con una complessità di forme non ancora del tutto ricercate e studiate: dai canti monodici e polivocali delle ninne nanne, iterativi, narrativi, liturgici, paraliturgici e legati al ballo, canti nelle lingue albanesi, franco-provenzali e griko, fino alla musica terapeutica per la pratica del tarantismo, agli organici strumentali più disparati (tamburello, castagnole, organetto, tamburo a frizione, chitarra francese, violino...), alla tradizione urbana di artigiani come barbieri e calzolai e alle bande. Se la documentazione è copiosa per la Capitanata, il Gargano (v. il sito www.folkloregargano.com) e il Salento (v. p.es. i forum del sito www.pizzicata.it), lo è molto meno per le altre province. La raccolta di canti popolari è stata proficua nella prima parte del secolo scorso per opera di demologi che hanno trascritto una quantità di testi (si pensi al lavoro di Saverio La Sorsa su tutto il territorio pugliese, a quello di Giovanni Bronzini sulla canzone epico-lirica, di Giovanni Tancredi in Gargano). A ciò è seguito il contributo della ricerca etnomusicologica a partire dagli anni Cinquanta, che ha messo in rilievo repertori purtroppo non ancora del tutto disponibili su libro o disco. Il rinnovato interesse recente da parte delle giovani generazioni, infine, ha dato vita a una nuova schiera di ricercatori, talvolta autodidatti, attivi su tutto il territorio. Ciò fa ben sperare per il recupero della documentazione della tradizione consegnata alla memoria e di quella tuttora funzionale, oltre che per lo studio delle trasformazioni e rifunzionalizzazioni di repertori, anche attraverso nuovi linguaggi, operate dai gruppi musicali storici e da quelli di più recente fondazione (per un elenco dei gruppi, www.salentu.com/artisti.asp). La riappropriazione dei saperi tradizionali In un continuo dissolvimento dei contesti esecutivi tradizionali, pensare che oggi la musica tradizionale in Puglia sia appannaggio soltanto del ricercatore che deve salvare un patrimonio consegnato all'oblìo è un'immagine stereotipata che non risponde alla realtà dei fatti. Con il passaggio dalla civiltà contadina alla post-industrializzazione assistiamo a un cambiamento radicale dei contesti esecutivi, dell'occasione-funzione, dove l'innovazione dei linguaggi della tradizione diventa parte integrante della nuova azione sonoro-comunicativa. Esiste una forte esigenza di accostarsi a una realtà complessa ricca di strutture musicali e stratificazioni sociali, di ri-appropriarsi dei saperi in una logica condivisa e identitaria. Il bisogno delle nuove generazioni di riconoscersi in una diversa cultura e sfuggire all'omologazione si manifesta spesso in grandi eventi collettivi, caratterizzati da una pluralità di linguaggi e accomunati dalla contaminazione (v. p. es. i siti www.nottedellataranta.net o www.suonidalmediterraneo.it). Il rito è vissuto in una forma di esorcizzazione collettiva distante dalle realtà della tradizione e dei suoi piccoli nuclei di partecipanti. Oggi migliaia, in alcuni casi centinaia di migliaia di persone provenienti anche da territori e culture lontani vi prendono parte nel nome della 'pizzicamania'. La venefica tarantola che per secoli ha tormentato con il suo mitico morso le popolazioni rurali rinnova la sua presenza e la sua carica aggressiva nella psiche degli individui di oggi, come una reminiscenza archetipica, e trasporta interi gruppi nuovamente in uno stato di trance catartico. Si è cominciato così a parlare di neo-tarantismo e di neo-pizzica, dove il rito si rinnova conservando la stessa funzione iatro-musicale. Dall'altro lato le generazioni nate tra anni Settanta e Novanta manifestano un desiderio di recupero dell'identità, risalendo ad antenati/e musicisti tradizionali per rivendicare il diritto alla re-interpretazione di uno stile musicale o coreutico, o di sentirsi 'eletti' perché provenienti dai luoghi 'classici' della tradizione. Capita così di sentir dire: "Ce l'ho nel sangue". Nella mia duplice veste di ricercatore e ri-esecutore di canti tradizionali, mi sento spesso chiedere: "Ma qualcuno nella tua famiglia cantava o suonava?". "Certo" rispondo io. E aggiungo: "Mio nonno era cantatore e chitarrista di serenate, ma è morto nel 1928. Io ho imparato lo stile tradizionale dal barbiere mandolinista del mio paese, accompagnandolo con la chitarra a battesimi, cresime e matrimoni". Ciò per dire che salvo casi particolari l'apprendistato alla tradizione spesso non passava da un maestro o un padre (di solito contrario), ma attraverso l'osservazione delle tecniche strumentali, vocali e coreutiche dei musicisti più anziani ed abili. Si diceva "rubà lu mëstirë", rubare il mestiere. La "Tarantella del Gargano" Tra le molte forme di musica a ballo e di canto presenti in Puglia, interessante è il caso di una delle tarantelle di maggior successo tra le nuove generazioni, ossia la cosiddetta "Tarantella del Gargano" registrata da Carpitella e Leydi nel 1966 e poi ripresa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare (oggi nel cd Puglia, Le tradizioni musicali nel Gargano, vol. 2, I cantatori e sunatori di Carpino, a cura di S. Villani. Nota 1997). Il panorama discografico presenta oggi decine di versioni di un sonetto nella forma di tarantella alla Mundanara di Carpino, piccolo centro agro-pastorale della provincia di Foggia, che quasi sempre ha per incipit "Accomë j'èja fa' p'amà 'sta donnë" ("Come debbo fare per amare questa donna"), in un inventario stilistico che spazia dalla semplice riproposta al rap, dal jazz alla musica antica e alla riscrittura per orchestra classica. Canto d'amore di serenata per eccellenza e ballo di corteggiamento, la "Tarantella del Gargano" è in realtà una denominazione inventata dal revival degli anni Settanta per identificare e stilizzare in una forma di tarantella tout-court un testo lirico-monostrofico e un accompagnamento della tradizione garganica. Eppure tra i tanti rifacimenti è spesso difficile ritrovare le peculiarità dell'originale esecuzione di Andrea Sacco e dei 'cantatori' di Carpino, con l'off-beat (il fuori tempo 'giusto'), l'alternanza binario-ternario, l'oscillazione della voce verso il quarto di tono e l'uso del sistema non temperato, l'emissione vocale spinta e aperta. La frequente estrapolazione di questa forma da un'articolazione musicale più elaborata e il suo 'montaggio' in una sequenza di due tarantelle (p. es. Rurjanë e Mundanara) costruisce perciò un'immagine riduttiva e schematica di un mondo sonoro piuttosto complesso. |
LA TRACKLIST
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