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Butterfly e il fantasma dello Zio Bonzo
Madama Butterfly
opera in 3 atti
di Giacomo Puccini
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa dal dramma di Belasco (1900) tratto dalla novella di John Luther Long, ispirata forse a un fatto realmente accaduto
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala

Successo per la Dessì, che torna all'Opera dopo gli spiacevoli "incidenti" con Zeffirelli
Una Butterfly senza le solite giapponeserie, ombrellini, ventagli, mossette, eccetera: non è una novità, tutt'altro. Ma levare il superfluo è facile, più difficile è portare alla luce l'essenziale: bene Butterfly, che sotto la delicatezza di modi orientale rivela di avere una tempra di donna innamorata e appassionata, ma Pinkertron e Sharpless sono rigidi come dei pezzi di legno e i comprimari e le comparse giapponesi sono uno sfondo immobile. Forse c'è qualche rimando a Robert Wilson, molto annacquato. Ma, a differenza di Wilson, Ferrara non resiste totalmente al fascino del superfluo e sostituisce il superfluo vecchio con uno di nuovo tipo: lo zio bonzo diventa un nero fantasma svolazzante a mezz'aria appeso a due fili, apparizione non si sa se terribile o ridicola; la nave di Pinkerton avanza dal fondo del palcoscenico fino a incastrarsi sugli scogli sotto la casa di Cio-Cio-San, involontario richiamo a recenti tragedie. In fin dei conti il piccolo mondo giapponese delle vecchie messe in scena rivelava la statura da tragedia euripidea della storia della geisha meglio di questa operazione di riduzione all'osso, che però non ha il coraggio di arrivare fino in fondo. Daniela Dessì ha ancora momenti di fraseggio raffinatissimo e di delicata poesia, ma la voce risente della lunga frequentazione di ruoli molto pesanti, per cui i momenti migliori sono quelli più patetici o tragici. Pinkerton quasi inaudibile e totalmente inespressivo, Sharpless e Suzuki discreti, comprimari modesti. Di Pinchas Steinberg va apprezzata l'attenzione alla raffinatezza dei dettagli orchestrali, armonici e ritmici della partitura di Puccini. Ma sembrava dirigesse un poema sinfonico, senza accorgersi che c'erano anche le voci, che non avevano modo di respirare ed erano "coperte" regolarmente.
Mauro Mariani