Verdi & Cammarano

Una visita di Verdi a Cammarano nella pièce “Giuseppe Verdi a Napoli” di Antonio Tarantino al Teatro I di Milano

“Giuseppe Verdi a Napoli”
“Giuseppe Verdi a Napoli”
Recensione
oltre
Milano, Teatro I
“Giuseppe Verdi a Napoli”
07 Febbraio 2018 - 12 Febbraio 2018

"Io lessi questa morte non in una lettera amica, ma in uno stupido giornale teatrale!!! ... Povero Cammarano! Quale perdita!!", scriveva Verdi appreso dell’improvvisa scomparsa del cinquantunenne “celebre poeta melodrammatico” a lavori sul Trovatore in pieno corso. Un sodalizio artistico costruito sull’arco di nemmeno dieci anni, dal 1844, cioè dieci anni dopo il trionfo della Lucia di Lammermoor firmata dallo stesso Cammarano, al 1852 e di quattro opere, dall’Alzira “proprio brutta” (Verdi dixit) al sulfureo Trovatore passando per La battaglia di Legnano e Luisa Miller più un vagheggiato Re Lear che non vide mai la luce nonostante i buoni auspici (“Coraggio mio caro Cammarano – noi dobbiamo fare il Re Lear che sarà il nostro capo d’opera” ma il poeta era già morto). Un rapporto fertile e vivace documentato nel fecondo epistolario, che soli pochi mesi è stato meritoriamente acquisito del nostro Ministero della Cultura (in tutto 36 lettere autografe di Verdi a Cammarano). Dalla relazione fra un compositore di successo e il suo librettista, che il successo ha già lasciato andare da tempo, prende i passi Giuseppe Verdi a Napoli, curioso lavoro del drammaturgo Antonio Sorrentino, fresco vincitore del Premio Ubu alla carriera, messo in scena un anno fa al Teatro Vascello di Roma dalla regista Sandra De Falco con estrema parsimonia di mezzi e approdato nei giorni scorsi nella scena off del Teatro i di Milano per solo qualche recita.

Che Verdi abbia avuto molte occasioni per soggiornare a Napoli è ben documentato. Che abbia fatto visita al direttore di scena al Regio Teatro di San Carlo si dice certo Sorrentino, che immagina quel presunto incontro nella miserabile casa del poeta, mentre l’Europa è scossa ovunque dai moti del ’48 e in quella stanza napoletana si pensa alla Battaglia di Legnano. È un duello a colpi di fioretto fra un Verdi (Paolo Giovannucci) che la penna del drammaturgo disegna con la spocchia del settentrionale, “longobardo”, di successo, e un Cammarano (Sebastiano Tringali), incline al disincantato cinismo di chi ha già vissuto molte rivoluzioni ma nessun cambiamento e all’argomentare tortuoso da filosofo della Magna Grecia, interrotto dalle sfacciate pillole di saggezza popolare della sfrontata domestica Caterina (Giulia Valenti). Un duello non di armi ma di idee: Cammarano esalta la libertà assoluta del poeta dalla tirannia del realismo mentre Verdi attacca le molte incongruenze del plot (chissà che si sarebbe detto se si fosse parlato del Trovatore!) e, con un occhio al business, vuol cavalcare lo spirito rivoluzionario del tempo per ingraziarsi il loggione. Davanti alla vanagloria del compositore, al quale comunque spetta tutta la gloria dell’intrapresa comune, difficile non provare simpatia per quella sommessa e ferma rivendicazione del poeta a difesa delle proprie parole. E per una volta le parole sembrano aver la meglio sulla musica.

Non si parlerebbe mai di soldi se non fosse per le insolenze di Caterina ma soprattutto per la brutale franchezza dell’impresario della Reale impresa del Teatro di San Carlo, Vincenzo Flaùto (Carlo Di Maio), che compare a sorpresa coperto d’oro come la lorica che porta sotto la giacca e ricorda a Verdi l’impegno preso con il suo teatro, onorato quello stesso anno con la schilleriana Luisa Miller coi versi del Cammarano. Nel Verdi di Sorrentino si parla e molto, ma si canta pure, magari in quartetto, come nel Rigoletto, per il quale Verdi aveva pensato a Cammarano prima di consegnarlo al veneziano Piave.

La colonna sonora (o “drammaturgia musicale” in locandina) è brillante e mai banale come può assemblare una firma illustre come quella di Azio Corghi, che gioca con valzerini e ballabili verdiani azzoppati qua e là con qualche armonia sghemba, esplosioni orchestrali del Verdi con l’elmetto e poi chiude a sorpresa con il monteverdiano “Lamento di Arianna” che in bocca alla popolana Caterina diventa un canto che esalta la dignità degli umili e, secondo l’autore, di quell’ “umanità che sempre dovrebbe governare le nostre intenzioni”.

 

 

 

 

 

 

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