Un’opera-panettone al festival di Nuova Consonanza

Successo della prima assoluta di Non è un paese per Veggy di Federico Capitoni e Domenico Turi

Non è un paese per Veggy
Recensione
classica
Roma, Festival Nuova Consonanza, Teatro Palladium
Non è un paese per Veggy
02 Dicembre 2017 - 03 Dicembre 2017

Il Veggy del titolo è il soprannome del regista Diotallevi, vegano convinto, che sta mettendo in scena un melologo di denuncia delle abitudini alimentari irrispettose dell’ambiente, che stanno portando alla distruzione del pianeta. Ma alla vigilia della prima il sindaco, titolare di un salumificio, vieta la rappresentazione, dunque autori e interpreti sono costretti a cambiare tutto nel giro di ventiquattro ore. Direttore del teatro, compositore e cantanti, disposti ad ogni compromesso, non si perdono d’animo ma tutto quello che possono fare in un tempo così breve è scopiazzare cose già note, da Mozart alle canzoni di Sanremo. L’unico contrario a tale scempio è Veggy, ma viene eliminato dal sindaco in persona con un boccone di porchetta, che per lui è come veleno.

Un’opera comica dunque, che si proclama beffardamente “opera panettone”, occhieggiando – complici le imminenti festività natalizie – ai film di Christian De Sica e compagni, a cui la accomunano la rappresentazione di una società sbracata, senza ideali che non siano abbuffarsi di soldi, sesso e cibo, il linguaggio volgare e le battute goliardiche. Ma si riallaccia anche all’espediente ben più nobile del teatro nel teatro, con precedenti che vanno dall’Impresario in angustie di Mozart  all’Arianna a Nasso di Strauss. Volendo, ci si può perfino trovare una morale, ma l’approccio giusto è prendere quest’atto unico della durata di circa un’ora, con sei personaggi, piccola orchestra e scene essenziali – ma guarda un po’: sono gli stessi ingredienti delle farse rossiniane – come un’opera comica, che vuole divertire e ci riesce, a giudicare dalle frequenti grasse risate che si odono in sala. Un risultato da non sottovalutare, perché far ridere non è facile, soprattutto per la musica contemporanea, che fino a pochi anni fa si faceva un vanto di essere seriosa e incomprensibile, insomma pesante, anzi pesantissima, e soltanto da poco sta rivalutando i pregi della leggerezza, la prima delle sei virtù a cui Calvino invitava nelle sue Lezioni americane. Se si considera la leggerezza una virtù, allora non si può accusare Non è un paese per Veggy di essere troppo leggera. I due autori, entrambi poco più che trentenni, non sbagliano un colpo. Federico Capitoni ha scritto un libretto denso di battute fulminanti e di stoccate alla mentalità e al costume attuali, mentre Domenico Turi ha impastato abilmente la sua musica originale con citazioni quasi letterali o appena alluse a musiche di tutti i tipi, classiche o di consumo che siano.

Ivano Capocciama, regista originale e imprevedibile, che lavora sempre in spazi alternativi, è stato fondamentale nel dare ritmo teatrale e rendere tagliente quest’ “opera panettone”. Così come lo sono stati gli interpreti, in particolare i tre che avevano i ruoli più incisivi, cioè Gianluca Bocchino (Veggy), Chiara Osella e Damiana Mizzi (le due cantanti). Perfetti nei rispettivi ruoli anche Giorgio Celenza (compositore), Luca Cervoni (direttore artistico) e Mauro Borgioni (sindaco). Andrea Ceraso dirigeva puntualmente l’Imago Sonora Ensemble. Se qualche piccolo scompenso si è verificato tra gli strumenti e i cantanti, era giustificabile col fatto che questi spesso erano di spalle al direttore. Teatro strapieno in entrambe le recite: anche questo non va sottovalutato.

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