Un oratorio per Sant'Agata

Al Bellini di Catania la prima esecuzione assoluta di Lucenti Aita di Mario Garuti

Lucenti Aita di Mario Garuti (foto Giacomo Orlando)
Lucenti Aita di Mario Garuti (foto Giacomo Orlando)
Recensione
classica
Teatro Bellini di Catania
Lucenti Aita di Mario Garuti
01 Febbraio 2018

“Pulsioni terrene | rivolte all’aldilà”: in questo distico di Lucenti Aita s’intravede la chiave della storia della martire patrona di Catania, cui il Teatro Massimo Bellini ha voluto meritoriamente dedicare lo sforzo di una prima assoluta (soggetto di Ezio Donato, libretto di Armando Lazzaroni) di Mario Garuti, nei giorni di svolgimento della nota Festa cittadina. Lucenti Aita è in sostanza un oratorio, più lirico che drammatico: la diegesi si concentra nella narrazione dell’historicus – e, alla fine, personaggio antagonista – recitante (ancora Donato, che cura pure la mise-en-espace), e si riverbera nei passaggi del coro meno orientati a metri poetici brevi e rimati (singolarmente mescolanti registro popolare, oggettuale e metastasiano); in Agata, il registro poetico ha la tinta costante del mistico, con tutte le sfumature di ambivalenza terreno-celeste che esso comporta, e che trovano un puntello negli antefatti così come nei sadici dettagli del martirio (una parata di antichi dipinti, proiettati sul fondale del palcoscenico, ce li rammentano ad onta delle espressioni sublimate della Santa).  Per la musica di Garuti, che ricordavamo in passato fortemente materica, si può chiamare in causa senz’altro il post-minimalismo quale attuale area di riferimento. Gli spigoli della materia rifanno capolino in alcuni dettagli della scrittura strumentale (oltre che nelle percussioni, nelle stratigrafie non scopertamente modulari), e soprattutto nelle plastiche soluzioni vocali-corali: il coro è continuamente articolato in densità e massività grazie a un sistematico, variegato ricorso ai soli, e alla riflessione della parola in isocronie puramente fonetiche; un particolare plauso va rivolto dunque al Coro del Teatro Massimo Bellini, ottimamente istruito da Gea Garatti Ansini, per aver sostenuto con solidità il probante impegno affidatogli e con pertinenza la funzione mediatrice tra le istanze liriche e drammatiche del lavoro. La vocalità della solista (la duttile e brava Beatrice Binda) sceglie – un po’ come il libretto – una determinata ma sintetica linea di condotta, quella del canto diatonico e ad emissione perlopiù naturale, spesso sostenuto dal basso solo pizzicato in una chiara allusione stilistica. Il risultato complessivo, a parte qualche eccessiva ridondanza di materiali vocali all’inizio e qualche estenuazione verso la fine, è convincente e più volte fascinoso (ad esempio, la bella conclusione in anti-climax). Nell’esecuzione, anche l’Orchestra, diretta da Gennaro Cappabianca, ha – non senza tribolazioni – fatto il suo.

La festa di S. Agata è ricorrenza molto sentita a Catania, anzitutto a livello popolare-devozionale, ma non solo: il battesimo di una nuova, vasta composizione musicale poteva essere snobbata dalla città, nel fiorire di iniziative culturali perfino in contemporanea. La presenza di pubblico è stata invece buona, e con esito cordiale oltre la mera cortesia: un incoraggiamento per il Teatro – speriamo - a non tralasciare in futuro proposte analoghe.

 

 

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