Un clavicembalo a Palazzo Ducale

L’inizio di Urbino Musica Antica che prosegue fino al 29 luglio

Recensione
classica
Nel grande Salone del Trono del Palazzo Ducale di Urbino il clavicembalo rosso era un piccolo punto che si stagliava sulla parete nella quale sono collocati i grandi arazzi raffaelleschi, ma tutta l'attenzione era concentrata sullo strumento, o meglio sulla musica che Enrico Baiano stava suonando. Il caleidoscopico flusso di temi e ritmi che si susseguivano e contrappunti che si intrecciavano era un dialogo che sembrava rivolto a ciascun ascoltatore, tanta era la concentrazione e l'attenzione con le quali è stato seguito il concerto. Nessuno applaudiva tra le coppie di preludi e fughe scelti dal secondo libro del "Clavicembalo ben temperato", e non sono scattati quegli automatismi scontati che fanno parte della routine delle esibizioni concertistiche. In questa serata di inaugurazione di Urbino Musica Antica si è respirato qualcosa di diverso, e si è avuta la sensazione di assistere ad un sapiente rito musicale. Nessun virtuosismo fine a se stesso, ma una interpretazione profondamente vissuta e interiorizzata che apriva infinite prospettive rivelando l'essenza di uno stile musicale che se all'epoca di J.S. Bach doveva sembrare antiquato, grazie alla interpretazione di Baiano risaltava in tutta la sua atemporale modernità. E non poteva essere altrimenti visto che racconta di essere nato “come musicista, nel Clavicembalo ben temperato”, lamentando però “le incrostazioni di luoghi comuni che circondano la musica di Bach vista come qualcosa di astratto, intellettuale e geometrico, che non deve essere toccato dalla banalità dei sentimenti umani e della loro espressività. Mentre invece noi sappiamo che amava ballare, frequentare l’opera, bere del buon vino, passeggiare con la fidanzata fumando la pipa, improvvisare dei quodlibet con testi licenziosi e così via”. Naturalmente oltre alla espressione dei sentimenti va sottolineato anche “il magistero contrappuntistico, il dominio della forma, l’arte combinatoria, lo sviluppo del pensiero… Bach è tutto e bisogna dire tutto.”

Rinnovando la dimensione di intenso e intimo raccoglimento del concerto inaugurale, nella seconda serata si è svolta una sorta di maratona svolta da Marcello Gatti e Teodoro Baù, nella quale il flauto traversiere e la viola da gamba si sono alternati nella esecuzione di fantasie di Telemann, disposte in una sequenza secondo una logica tonale ispirata all’arte della retorica. Le due serie di dodici fantasie eseguite magistralmente vennero stampate ad Amburgo fra il 1732 e il 1735, ma di entrambe esiste un sola copia, e quella per viola da gamba che si riteneva perduta è stata ritrovata in un castello della Bassa Sassonia solo da un paio d’anni. Se nella vasta ed eclettica produzione del compositore tedesco queste potrebbero sembrare poco e nulla, ma dal loro ascolto emergono le qualità di un musicista sul quale gravano i pregiudizi legati alla abitudine del confronto con Bach e Handel. In queste composizioni per un solo strumento senza accompagnamento del basso vengono condensati dai tre ai cinque brevi movimenti, in una prodigiosa fusione nella quale viene evocata sia forma della sonata che quella della suite. Fra gli episodi di galanteria e di grazia dalle movenze danzanti, si intravede anche la profondità introspettiva del contrappunto di quella “polifonia latente” suggerita dalla ornamentazione, che rivela la poderosa capacità di sintesi degli stili e dei generi musicali che Telemann è riuscito a fondere nella sua variegata produzione musicale. In una conversazione dedicata a mettere in risalto gli aspetti più importanti di questo programma, Marcello Gatti ha sottolineato la presenza di andamenti metrico melodici di numerose danze, come allemanda, giga, sarabanda, minuetto, polonaise, bourrée, passepied, che pur non essendo citate con il loro nome devono saper essere evidenziate dall'esecutore, e ha aggiunto, ridendo, che solo Telemann poteva pensare di scrivere una fuga per solo flauto. La disposizione delle fantasie per aree tonali è stata congegnata da Gatti per sfruttare tutte potenzialità e le sfumature dell'intonazione, in questo caso non temperata, come ad esempio la tonalità di Si bemolle maggiore "morbidissima e tenerissima" o fa diesis minore "tagliente e quasi dolorosa". Secondo il flautista, Telemann ha saputo sfruttare perfettamente quel comma di differenza tra semitoni cromatici e diatonici, scrivendo in modo “calzante” per lo strumento oltre che per ogni altro tipo di formazione. Dello stesso parere anche il giovane violista Teodoro Baù, che oltre alla specificità e alla idiomaticità della scrittura di Telemann, ritiene che questa tarda collezione di brani solistici dedicati alla viola da gamba nella sua varietà tonale contenga anche l’unica composizione in do diesis minore dell’intera letteratura per lo strumento.

La terza serata ha richiamato un maggior numero di persone che hanno riempito il Salone del Trono per ascoltare il confronto tra Monteverdi e Frescobaldi, i due grandi artefici della trasformazione del linguaggio musicale al passaggio fra Cinquecento e Seicento, proposto dall’ensemble Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini. Sostenuti da una sapiente concertazione di basso continuo realizzato dal clavicembalo e da due tiorbe, le voci di Valerio Contaldo e Raffaele Giordani hanno inondato la sala degli affetti prescritti dalla “seconda prattica”, alternando prorompenti e vigorosi slanci vocali guerreschi a patetiche e languide perorazioni amorose. In un crescendo interpretativo tra le musiche di Monteverdi, tratte dai libri di madrigali VII e VIII e dagli Scherzi musicali del 1632, i due tenori hanno intonato monodie e duetti di Frescobaldi, contenuti nel Primo e nel Secondo libro di Arie pubblicati nel 1630, nel periodo in cui il musicista, già celebre per le sue raccolte di musica strumentale, era al servizio della corte del Granduca di Toscana come organista. Rispetto all’incisività e alla pregnanza dell’arte vocale monteverdiana, frutto di una sublime sintesi, Frescobaldi presenta una varietà di andamenti, a volte all’interno di una stessa composizione, alternando ariosi in stile rappresentativo, con episodi di recitarcantando e accenti madrigaleschi. Il pubblico ha accolto con entusiasmo il piglio e l’energia con i quali è stata tratteggiata la sensualità musicale barocca, acclamando anche a Ugo Di Giovanni e Craig Marchitelli che nella seconda parte del concerto hanno assunto per un momento il ruolo di solisti interpretando due composizioni di Kapsberger, detto il “tedesco della tiorba”.

C’è molto da imparare ad Urbino Musica Antica, e si avrebbe voglia di parlare con tutti gli straordinari musicisti che la animano, compresi coloro che quest’anno svolgono esclusivamente l’attività didattica dei corsi perché hanno già suonato o cantato nella edizione precedente. Anche se i risultati si potranno cogliere solo alla fine, bastano dei piccoli frammenti delle prime lezioni per apprezzarne la qualità. Così ad esempio entrando in un’aula della Cappella Musicale del SS. Sacramento, di istituzione ducale cinquecentesca, si poteva rimanere incantati nell’ascoltare Paul O’Dette mentre guidava un allievo verso una interpretazione espressiva con la quale dar risalto ai semitoni, perché sentire il timbro del liuto mentre dalle finestre si può ammirare il profilo delle colline che circondano Urbino è un’emozione difficile da spiegare a parole. È come se si potesse percepire l’eco sonoro del compendio di Arte e Natura della civiltà rinascimentale.

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