Tre batterie per i King Crimson

Con le date a Torino si è chiuso il tour italiano di Fripp & co.

Recensione
pop
Teatro Colosseo Torino
14 Novembre 2016

Il tour dei King Crimson che verrà ricordato come “quello delle tre batterie” è passato anche per Torino, chiudendo con le due date al Teatro Colosseo la tranche italiana (che ha toccato Milano, Firenze e Roma). Sulla carta una formazione mostruosa, abnorme, che ha attirato l’attenzione per il suo gigantismo “progressive”, e per una qualità della produzione (dalla crew all’allestimento, dal merchandising al prezzo dei biglietti) che è raro passi per l'Italia in questi tempi. Il cast di questa versione del gruppo è buono per contentare tanto i fan della prima ora, quanto gli amanti del repertorio più recente. Di fatto, sul palco c’è un supergruppo delle diverse incarnazioni dei Crimson nei loro quasi 50 anni di vita. Al c’è sax Mel Collins, in formazione nei primi Settanta, uno dei fiatisti più amati e più dotati passati alla corte del Re Fripp. Alla voce Jakko Jakszyk, attivo con i Crimson dal 2003: un turnista di lusso, un eccellente chitarrista, e soprattutto un cantante dotato di una voce che è una sorta di sintesi di quella di tutti i cantanti storici del gruppo, da Greg Lake a John Wetton a Adrian Belew. Senza la personalità di nessuno dei tre, ma con un’aurea mediocritas che non ruba la scena e lo rende perfetto per il ruolo. Tony Levin è al basso (o, direbbe qualcuno è il basso), e si concentra soprattutto sull’elettrico e sul contrabbasso, imbracciando solo occasionalmente lo stick. Infine i tre batteristi, che occupano completamente la frontline come a ricordare, appena entrati nel teatro, che questo è appunto il “tour delle tre batterie”. Al centro Jeremy Stacey (anche alle tastiere) gioca da mediano, a supporto della potenza straripante di Gavin Harrison – schierato sull’estrema destra. In questa formazione Harrison è la fonte del gioco: è lui a tenere il drive della maggior parte dei pezzi, è lui a chiamare gli stacchi. È a lui che viene concesso l’unico lungo solo di tutta la serata – alla fine del bis, “21st Century Schizoid Man”: uno spazio che Harrison riempie con tutto quello che è disponibile, da set di piattini a fusti intonati, da pad a doppi pedali come se fosse il Dream Theater e non il Teatro Colosseo. Harrison è, a ben vedere, un player da calcio moderno, muscolare e ipertrofico, la cui classe è talvolta superata dallo sfoggio di pura potenza. Dal lato opposto c’è Pat Mastelotto: più libero di infilarsi negli spazi, più fantasioso, più leggero – spesso geniale nel dialogare con i colleghi. Un’ala sinistra da manuale. E poi, naturalmente, c’è lui: Robert Fripp, con la sua torre di attrezzature, il gilet e quell’aria da architetto che negli anni si è trasformata in pura coolness. Controlla dall’alto il tutto, in posizione defilata, attentissimo a indicare con aria di rimprovero il pubblico quando qualcuno accende un cellulare (è proibito fare foto, e la security non fa sconti). Il livello tecnico è ai limiti dello stupore, ma non è una sorpresa: tutto era già completamente anticipato dai ben 2 lavori dal vivo usciti quest’anno, entrambi ottimi: Live in Toronto (pubblicato a marzo) e il triplo Radical Action (To Unseat the Hold of Monkey Mind), fresco di stampa, entrambi con questa formazione (anche se con Bill Rieflin al posto di Jeremy Stacey). Una formazione così concepita riesce a fare benissimo due cose, fra le molte. La prima è replicare il repertorio dei Crimson della metà dei Settanta (grazie a Mel Collins, soprattutto). Dunque, spazio a “Larks’ Tongues in Aspic” in apertura e in chiusura del primo set, a “Easy Money” e “The Talking Drum” (quest’ultima dialogata fra Harrison e Mastelotto); spazio alla magnifica “Starless” (da Red), oltre a incursioni nei primi lavori (oltre alla citata “21st Century Schizoid Man”, “Epitaph”, qualcosa da In the Wake of Poseidon e altro ancora). La seconda cosa è lavorare sul ritmo, sugli incastri di metri. Il repertorio più recente e “disciplinato” è perfettamente funzionale, ma anche i materiali più vecchi assumono sfaccettature nuove, vengono smontati e rimontati pur nella fedeltà spesso maniacale degli arrangiamenti e dei suoni. Le batterie, si è detto, sovrastano e prendono la scena (a volte, dalle prime file, anche acusticamente). Ma non è davvero una mossa ispirata da pura tamarrìa, o dalla necessità di mascherare qualcosa: l’architetto Fripp non fa cover di se stesso, ma rilegge piuttosto ancora una volta i progetti della sua stessa musica. Solo, questa volta ha indicato il ritmo come terreno di sperimentazione e di esplorazione. E i brani – i vecchi come i nuovi – mantengono intatto lo smalto originario anche così trattati. In anticipo sui tempi all’epoca, i King Crimson non sono mai veramente passati di moda (e forse mai neanche lo sono stati: meglio così). Le idee musicali dietro i muscoli di Gavin Harrison, dietro il muro di piatti e piattini, rimangono quelle, e sono ancora oggi delle ottime idee.

(Nota conclusiva sul pubblico: agé, più per il prezzo elevato che non per l’interesse del gruppo probabilmente. Di sesso maschile. Ha commentato qualcuno: uno dei rarissimi concerti in cui la fila al bagno degli uomini è più breve di quella al bagno delle donne).

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