Saalfelden dieci e lode

I pagelloni dal festival austriaco

Recensione
jazz
Pagellone di Saalfelden. Bocciati, rimandati e promossi. Il festival dei festival, magnifico esempio di abnegazione, intelligenza e solidità, raccontato voto per voto. Con un pizzico di ironia, tanta leggerezza e un bel po' di invidia. Perché al solito, vista dalla ridente cittadina austriaca, che a fine agosto, da 36 anni, si trasforma nella piccola capitale del jazz europeo, l'Italia sembra ancora più piccola e triste, impantanata nel provincialismo di un sistema autoreferenziale con molti più limiti che potenzialità. Ma questo è un altro discorso, che andrebbe affrontato altrove e con la dovuta profondità di campo. Bando ai piagnistei, dunque; spazio ai concerti, alle parole e alla musica. Buona lettura.

Dieci e lode
A Steve Coleman e alla Fire! Orchestra di Mats Gustafsson. Che per motivi diversi - che più diversi non si potrebbe - pigliano il massimo dei voti. Iniziamo da Coleman, tornato in Europa alla testa del super gruppo The Council of Balance. In versione mini rispetto al recente Synovial Joints (da 21 a 14 l'organico della band, con pesanti assenze come quelle di Jen Shyu, Miles Okazaki, Marcus Gilmore e Tim Albright), ma comunque all'altezza delle partiture del sassofonista di Chicago. Tra le più complesse e ambiziose mai messe su spartito dal padre dell'M-Base. Un tripudio di tessiture e intrecci, di linee sinuose e colori (qualcuno, a ragione, ha scomodato l'Ellington di Black, Brown and Beige e il Mingus di The Black Saint and the Sinner Lady). Da cuore in gola la doppietta “Acupuncture Opening” - ”Celtic Cells”, con gli archi a incalzare e contrappuntare, Jonathan Finlayson e la sua tromba nella parte dei romanticoni e la batteria di Sean Rickman nel ruolo di primo motore tutt'altro che immobile; da violenta vertigine il labirinto ritmico e armonico della “Synovial Joints Suite” (con in mezzo un solo di Coleman che avrebbe strappato un compassato applauso persino a Johnny Hodges). Un'estasi grandiosa e stordente, vette altissime che pochi altri (Threadgill, Tim Berne e chi altri?) sanno raggiungere. La storia del jazz, quello che fu di Coltrane, Monk e Miles, oggi passa di qui.



Massimo dei voti con lode anche alla Fire! Orchestra. Che presentando materiale inedito (la suite “Ritual”, destinata a finire su disco tra novembre e dicembre) ha chiuso lo stomaco e levato il fiato ai mille e passa del Congress Zentrum. Impossibile rendere l'idea della forza d'urto dei magnifici diciotto capitanati da Gustafsson; impensabile anche solo restituire in minima parte la potenza dei riff e degli attacchi, dei crescendo e del coagularsi delle masse attorno a frasi e temi. Un suono compatto, roccioso, militante, apocalittico; eppure estremamente poetico, dettagliato, emozionante fino alle lacrime. Merito soprattutto - ma non solo - delle voci conturbanti, e complementari, di Sofia Jernberg e Mariam Wallentin, che nei panni di severe vestali hanno concelebrato la più esaltante e travolgente delle cerimonie laiche. Un'esperienza mistica, liberatoria; musica di una bellezza epocale. Un rito collettivo di purificazione e sublimazione, alla maniera dei primi Grateful Dead, dei Motorpsycho in versione jam (brucia sulla pelle di almeno due generazioni di musicisti scandinavi il marchio dell'estetica Rune Grammofon) o del Sun Ra dei Sessanta. Menzione di merito per la sassofonista Mette Rasmussen, che si porta a casa il premio della critica per il solo più matematico e feroce del festival, per il trombonista Mats Äleklint, un Roswell Rudd in versione vichinga, e per il mai meno che fantastico Gustafsson, cuore e cervello di una delle band più incredibili che possa capitare di ascoltare al giorno d'oggi. Brividi.



Nove più più
A Rob Mazurek e all'allegra combriccola brasiliana che il trombettista di Chicago si è portato appresso in quel di Saalfelden. Due i set, entrambi riuscitissimi. Torrenziale l'ora e passa di deriva psichedelica propinata dal sestetto Black Cube SP, che Mazurek ha messo in piedi per omaggiare la madre scomparsa di recente. Più che un concerto, un requiem struggente e delirante, con momenti di anarchia terzomondista e improvvise accelerate, tappetti di percussioni e tamburi degni dell'Art Ensemble, riff sciorinati dal cavaquinho di Mauricio Takara (sempre più batterista di livello mondiale) e dalla rabeca (parente stretta della viola) affidata alle sapienti mani di Thomas Rohrer. Un perfetto esempio di come il jazz, nella sua accezione più aulica, riesca ancora ad essere un fenomeno sociale e relazionale prima che estetico e artistico. Condividere e includere: la ricetta, in fondo, è sempre quella. E funziona egregiamente dai tempi di King Oliver e Jelly Roll Morton. «Non c'è scampo nel jazz, suoni quello che sei», mi disse qualcuno parecchi anni fa. Verità provata. Ma ci sono anche gli altri da suonare, gli incontri, le epifanie. Lo sa bene Mazurek, che dalle relazioni pericolose con il Brasile ha tratto linfa vitale per la propria infallibile ispirazione (da una decina d'anni ormai non sbaglia un colpo). In primis in quel São Paulo Underground che pure a Saalfelden si è confermato una macchina da guerra. Il mix di tropicalismi, elettronica, dance e free jazz è ormai perfetto. Mauricio Takara e Guilherme Granado (tastiere e diavolerie assortite, con un gusto per i suoni da far invidia al più cool tra i cacciatori di sampler) non sono più soltanto dei timidi comprimari; il trio respira all'unisono, ha trovato un proprio democratico assetto, macina ritmi e melodie con indiavolata lucidità. Puro godimento per chi ha la fortuna di ascoltare.

Otto e mezzo
A Matthew Shipp. La sorpresa più felicemente sorprendente del festival. Il solo dell'occhialuto pianista ha regalato un'ora scarsa di meraviglie e sciccherie. Uno strabordante fiume in piena nei cui vortici sono stati risucchiati standard immortali (da “Yesterdays” a “Tenderly”) e composizioni altrui (Herbie Nichols e Fats Waller tra gli identificati). Con precisione, inventiva, controllo totale del flusso e completa padronanza della tastiera, Shipp ha incantato. Ricordando ai troppi pianisti bamboccioni in circolazione che la storia del piano jazz passa anche da Mal Waldron e Don Pullen, Andrew Hill e Horace Tapscott. Maestri assoluti egualmente vittime di una rimozione che sta appiattendo il panorama degli ottantotto tasti (soprattutto in Europa).

Otto più
Ai Bigmouth del contrabbassista Chris Lightcap. Fantastici nello sciorinare un piccolo trattato di “modern mainstream” alla newyorchese. Con Matt Mitchell al wurlitzer e al pianoforte - rimpiazzo extra lusso di Craig Taborn -, Gerald Cleaver alla batteria, Tony Malaby (superbo, al solito) e Chris Cheek al sax tenore, il quintetto è filato via dritto come una locomotiva sui binari. Eleganza, interplay, rotondità, compattezza e una manciata di brani congegnati con estrema intelligenza compositiva dallo stesso Lightcap (da spellarsi le mani l'africaneggiante “Nine South”). Il jazz che va per la maggiore, oggi, dovrebbe suonare più o meno così.



Otto abbondante anche ai Mostly Other People do the Killing in versione quartetto, orfani di Peter Evans ma con l'aggiunta rispetto alla line-up storica del pianoforte del fenomenale Ron Stabinski (un Oscar Peterson con la coda e gli occhialetti da scienziato pazzo). Meno pirotecnici e ginnici rispetto alle uscite con i due fiati, gli scapestrati ragazzotti di Brooklyn hanno saputo entusiasmare e divertire, fracassando uno a uno i cliché del jazz patinato da cinquantenni con le braghe azzurro pastello. Una salutare mitragliata di calci nel sedere somministrata con compiaciuto sadismo dalla batteria anarcoide dell'ipercinetico Kevin Shea, dal basso martellante di Moppa Elliott e dal sax tenore che tutto può di Jon Irabagon.

Sette e mezzo
Voto da abbondantemente sopra la media a tre quintetti (due scandinavi, uno americano). Ottimi e centratissimi gli Atomic. Che ci hanno messo poco a elaborare il lutto per l'uscita di scena di Paal Nilssen-Love (al suo posto il giovane fenomeno Hans Hulbækmo). Zero divagazioni, dritti al nocciolo del free-bop di matrice scandinava, Fredrik Ljungkvist e compagni hanno le spalle larghe e le idee chiarissime. Bene, molto bene anche gli All Included di Martin Küchen (il signor Angles), eredi del free militante targato anni Sessanta. Un'entusiasmante dimostrazione di come certe dinamiche e certi suoni (dal vivo) non invecchino mai. Infine gli spiazzanti Slow/Fast del clarinettista newyorchese Ken Thompson, romantici e narrativi quanto basta per convincere e conquistare.

Sei e mezzo
A due mezze delusioni e a una mezza sorpresa. Partiamo dalla mezza sorpresa, ovvero dal duo Donkey Monkey della pianista Eve Risser (da tenere d'occhio, talento purissimo) e della batterista Yuko Oshima. Un bel viaggetto, tra concitazione e improvvise distensioni, umorismo e dolcezza. Ma un tantino sfilacciato e inconcludente. Da rivedere. Magari in un contesto meno bulimico di Saalfelden. Al di sotto delle attese (o forse perfettamente prevedibile nel suo afflato “palla lunga e pedalare”) l'ottetto del chitarrista James Blood Ulmer, che poteva contare su una sezione fiati da spavento: Oliver Lake al contralto, David Murray al tenore e Hamiet Bluiett al baritono. Blues-funk-jazz di grana un tantino grossa (ma servivano proprio due batterie?). Divertente, certo. Con passaggi memorabili (fantastiche un paio di uscite tutte sovracuti di Murray). Ma alla fine inghiottito da un gigantesco sbadiglio. Promosso per il rotto della cuffia anche il quintetto di Angelica Sanchez, dimostrazione di come un certo jazz newyorchese si stia pericolosamente avvitando su sé stesso. Pochi slanci, qualche colpo d'ala, l'innegabile classe dei vari Marc Ducret e Tom Rainey, ma zero incisività e ancora meno calore.

I bocciati
Tanti. Ma non tantissimi. Pretenzioso e alla lunga stucchevole il quartetto del violinista Régis Hurby (riscattato solo parzialmente dal drumming fantasioso di Michele Rabbia). Insostenibile nella sua inutile boria il dark-jazz-prog della cantante Maja Osojnik. Noiosamente piatto il trio del trombonista Christian Muthspiel. Ripetitivo fino alla nausea quello del clarinettista Michael Riessler. Senza capo né coda il sestetto del batterista Teun Verbruggen (che pure poteva contare su assi del calibro di Andrew D'Angelo e Ingebrigt Håker Flaten). Pedanti e pesanti Georg Graewe, Ernst Reijseger e Gerry Hemingway. Note leggermente stonate in un'edizione comunque memorabile. Aspettando il prossimo anno, il prossimo Saalfelden.

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