Novara Jazz, la chiusura

Gordon Grdina e Idris Ackamoor per l'ultimo weekend del festival novarese

Foto di Emanuele Meschini
Foto di Emanuele Meschini
Recensione
jazz
Novara Jazz Novara
10 Giugno 2017

Si conclude, con i musicisti che scendono fra il pubblico del Broletto e una grande quantità di fette di torta distribuite in pieno stile matrimonio, l’edizione 2017 di Novara Jazz. Un’edizione splendida, di crescita e di assestamento, per il festival piemontese, con produzioni originali, grandi nomi, anteprime (Binker & Moses, molto applauditi) e molti (moltissimi) concerti sparsi sul famigerato “territorio”, che hanno portato la musica in location particolari, e che hanno fatto suonare giovani musicisti, italiani e non, noti e meno noti.

L’ultimo weekend aveva il suo fulcro nella ricca squadra di canadesi raccolti nel gruppo Haram del chitarrista-oudista Gordon Grdina: un bellissimo progetto, che purtroppo ho mancato. Delle varie formazioni scaturite dal gruppo (di ben 10 persone), attive a Novara per il fine settimana, ho incrociato solamente il trio di Grdina con il clarinetto di Francois Houle e la batteria Kenton Loewen, di scena nella Sala del Compasso della Basilica di San Gaudenzio, sotto la magica cupola progettata dall’Antonelli. Pubblico numeroso attento, e proposta a tratti esaltante, molto rock-oriented, sintetica e potente – forse anche per ovviare al poco tempo a disposizione (per una sovrapposizione di concerti extra-Novara Jazz ci si è dovuti limitare a una mezz’ora abbondante di musica). Il leader si alterna fra incastri "matematici" e riff quasi-hard rock sulle corde basse per lasciare spazio al clarinetto di Houle, modificato e abbondantemente effettato (con risultati molto interessanti). La sera ci si sposta tutti al Broletto per la festa finale con Idris Ackamoor & The Pyramids. Bel personaggio, Ackamoor: allievo di Cecil Taylor, jazzista africanista “sul campo” negli anni Settanta che dopo anni di stop ha “rimesso insieme la vecchia banda”, i Pyramids, e pubblicato un disco (We Be All Africans). La sua musica oggi, per farla breve, nulla aggiunge e nulla toglie a quella storia e non va molto oltre a quello che era lecito aspettarsi, battendo in lungo e in largo percorsi funk e afro-latini senza particolari spunti di originalità. Ma – insomma – è una festa, i musicisti suonano bene, il pubblico gradisce: una splendida conclusione per un Festival che si conferma appuntamento fra i più originali in Italia per programmazione e sguardo di lungo percorso.

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