Noseda dirige due rarità del primo Novecento a Santa Cecilia

Il Concerto gregoriano di Respighi e la Sinfonia n. 1 di Skrjabin mancavano dai programmi dell’Accademia da quasi cinquant’anni

Gianandrea Noseda e Sayaka Shoji
Gianandrea Noseda e Sayaka Shoji
Recensione
classica
Parco della Musica di Roma
Gianandrea Noseda e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
01 Marzo 2018 - 03 Marzo 2018

Quando si dice Respighi si pensa subito ai suoi tre sfavillanti poemi sinfonici d’argomento romano, che in realtà sono un’eccezione nel suo catalogo, dove predominano le musiche “all’antica”, dal giovanile Preludio, corale e fuga – la sua prima composizione per orchestra - alle varie serie di Antiche arie e danze.

Particolarmente numerosi sono i riferimenti al canto gregoriano e il caso relativamente più noto è il Concerto gregoriano per violino e orchestra, eseguito per la prima volta proprio all’Accademia di Santa Cecilia nel 1922. Respighi riconosceva nel gregoriano una sorta di coscienza musicale sepolta dell’Italia ma vedeva nella modalità gregoriana anche la possibilità di allontanarsi dai turgori postromantici e straussiani di altre sue composizioni ed era inoltre sensibile al misticismo di quei canti. Sono proprio questi due ultimi aspetti a caratterizzare il Concerto gregoriano. Domina un’atmosfera d’introspezione e sacralità: le arcaiche quinte vuote dell’introduzione, il primo tema esposto dall’oboe come dalla semplice e dimessa voce del solista di un coro di monaci, l’assenza di ostentazioni virtuosistiche e l’uso prevalente del registro grave da parte del violino, che è prevalentemente integrato nell’orchestra come un primus inter pares, tanto che questo ampio lavoro potrebbe essere definito una sinfonia concertante più che un concerto. Non si trova qui lo scintillante virtuosismo orchestrale che colpisce nei poemi sinfonici di Respighi, ma l’orchestrazione limpida e rarefatta - con pochi e sparsi attimi di turgore, soprattutto nella seconda metà, che non sono i momenti migliori - rivela comunque una grande maestria e si ammirano anche la sapienza del delicato intreccio contrappuntistico e il modo con cui le varie idee si collegano e si integrano. Insomma una musica da ascoltare con attenzione e raccoglimento. Il pubblico – relativamente folto, considerando che questo non era certamente un programma di grande richiamo – ha saputo apprezzare questa non facile composizione, applaudendo con calore la violinista giapponese Sayaka Shoji, che ha ottenuto la casta e immacolata perfezione che si addice a questo Concerto. Altrettanto impeccabile la direzione di Gianandrea Noseda, delicata, nitida e precisa.

Il direttore aveva poi un compito altrettanto e più impegnativo nella non meno rara Sinfonia n. 1 (1901) di Skrjabin, che è un ambizioso progetto a metà tra la sinfonia e la cantata: in pratica i quattro movimenti tradizionali di una sinfonia sono incorniciati da un’ampia introduzione e da un ancor più ampio epilogo vocale, con cui il compositore voleva creare un equivalente dell’Inno alla gioia di Beethoven, dedicato però non alla fratellanza tra tutti gli uomini ma al potere dell’arte, in linea con la sua visione estetizzante della vita e del mondo. Noseda ha dipanato con grande chiarezza questa materia che a tratti potrebbe apparire ridondante (ma ci sono anche momenti di leggerezza quasi mendelssohniana, come lo Scherzo) e ha messo in evidenza gli squarci di abbagliante luminosità e gli slanci ascensionali, che costituiscono l’affascinate cifra di Skrjabin. Gli strumenti sono spinti a tratti fino al limite delle loro possibilità, ma l’orchestra è stata impeccabile, come anche il coro nel movimento finale. Ottimi i solisti Anna Maria Chiuri (mezzosoprano) e Sergey Radchenko (tenore).

 

  

 

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