Nel salotto di re Priamo

"Les Troyens" di Berlioz all’Oper Frankfurt

Recensione
classica
Alte Oper Frankfurt
Hector Berlioz
12 Marzo 2017
Quando all’eroe classico si toglie il coturno, non si sa mai come va a finire. Intendiamoci: toglierli è operazione assolutamente lecita anche se un po’ abusata negli ultimi anni. Il rischio è grande che si indebolisca la forza dell’originale, specie quando si punta all’attualizzazione politica, e con quel gruppo di profughi troiani in fuga dalla guerra che sbarcano in una prospera città della costa mediterranea, nella Germania della cancelliera Merkel, è quasi un invito a nozze. Non è chiaro se l’allestimento firmato da Eva-Maria Höckmayr per l’Oper Frankfurt puntasse a quello, ma di certo restava a metà del guado. E dell’opera kolossal di Berlioz spogliata della dimensione epica resta abbastanza poco. Taceremo delle stravaganze della costumista Saskia Rettig che sembravano più adatte a una qualche escursione offenbachiana nell’Arcadia (chissà perché gli uomini troiani vestono solo bermuda, mentre a Cartagine vanno fortissime le tinte pastello). Nemmeno la scena “passepartout” di Jens Kilian, in rotazione incessante, riusciva a lasciare un segno forte sul piano dell’immagine, con quella aspirazione alla monumentalità mortificata dai sofà del salotto di Priamo prima e, privata dei fregi pittorici ispirati alla decorazione vascolare greca, dalle tavole imbandite del salone dei cartaginesi banchettanti. E non basta certo un cavallo gigante quando poi manca il grande respiro nei momenti topici: la distruzione di Troia con quei movimenti impacciati delle vittime e soprattutto dei carnefici in completo nero impiegatizio (il momento decisamente più debole della produzione), la scena della caccia reale con l’amore fra Enea e Didone risolto con un’anemica pantomima di gusto settecentesco, o il suicidio della regina cartaginese con cacofoniche e invadenti coreografie di contorno. Le buone notizie sono soprattutto sulla musica, saggiamente affidata a un berlioziano di lungo corso come John Nelson: se c’è un po’ di pathos è soprattutto grazie alla sua direzione sensibile ma robusta quando serve, in sintonia con la composita tavolozza del compositore. Nelson cava il meglio dall’orchestra, facendone brillare il dettaglio strumentale, e dà rilievo alle voci, in gran parte in forza nella compagine locale, nel complesso soddisfacenti. Una conferma della solida professionalità per le due primedonne di casa Tanja Ariane Baumgartner (Cassandre) e Claudia Mahnke (Didon), molto festeggiate. Bryan Register (Énée) è piuttosto legnoso in scena ma serve dignitosamente il ruolo. Fra gli altri, spiccano Martin Mitterrutzner (Iopas), che strappa l’unico applauso a scena aperta con un’ispirata “Ô blonde Cérès”, e il giovane Gordon Bintner (Chorèbe) per la nobiltà del fraseggio e il bel timbro baritonale. Applausi.

Note: Nuovo allestimento dell’Oper Frankfurt. Date rappresentazioni: 19, 26 febbraio, 3, 9, 12, 18, 26 marzo 2017.

Interpreti: Bryan Register (Énée), Gordon Bintner (Chorèbe), Daniel Miroslaw (Panthée), Alfred Reiter (Narbal), Martin Mitterrutzner (Iopas), Elizabeth Reiter (Ascagne), Tanja Ariane Baumgartner (Cassandre), Claudia Mahnke (Didon), Judita Nagyová (Anna), Michael Porter (Hylas), Dietrich Volle (Priam), Thomas Faulkner (Un soldato / L’ombra di Ettore / Mercure), Brandon Cedel (Un comandante greco / Un soldato troiano), Michael Porter (Hélénus), Thesele Kemane (Un soldato troiani), Alison King (Polyxène), Britta Stallmeister (Hécube), Martin Dvorák, Irene Bauer e Gal Fefferman (danzatori)

Regia: Eva-Maria Höckmayr

Scene: Jens Kilian

Costumi: Saskia Rettig

Coreografo: Martin Dvorák

Orchestra: Frankfurter Opern- und Museumsorchester

Direttore: John Nelson

Coro: Chor und Kinderchor der Oper Frankfurt

Maestro Coro: Tilman Michael e Markus Ehmann

Luci: Olaf Winter (video di Bert Zander)

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