Musicafoscari, il jazz illumina l'Università

Successo per Musicafoscari/San Servolo Jazz Fest a Venezia, con Uri Caine, Evan Parker e Steve Lehman

musicafoscari san Servolo
Steve Lehman - Sélébeyone
Recensione
jazz
Venezia
Musicafoscari/San Servolo Jazz Fest
26 Ottobre 2017 - 29 Ottobre 2017

La bella e felice (sotto il profilo del successo) edizione 2017 del Musicafoscari/San Servolo Jazz Fest a Venezia offre più di qualche spunto di riflessione.

Nato da un’attività, unica nel suo genere e davvero intelligente, di laboratori dedicati all’improvvisazione all’interno dell’Università – grazie al lavoro di Daniele Goldoni, docente di filosofia e appassionato musicista – e cresciuto negli anni fino ad allargarsi in sinergia con altre realtà cittadine, il Festival si è progressivamente trovato a colmare un vuoto di programmazione/strategia in città, interessando un pubblico che va ben al di là dei soli studenti. Non è quindi un caso che, complice anche la scelta dell’ingresso gratuito, quasi tutti i concerti siano stati affollatissimi, sancendo così un legame molto significativo tra l’Ateneo e la città.

La serata inaugurale, all’auditorium dell’Isola di San Servolo, ha visto protagonista il Claudia Quintet guidato dal batterista John Hollenbeck. Formazione che da molti anni si dedica a una musica dal forte segno compositivo, il quintetto ha confermato nella bella serata veneziana tutti i suoi pregi e qualche limite. I primi stanno certamente nell’intelligenza compositiva di Hollenbeck, musicista dalle doti davvero rare, e nella bravura dei suoi compagni di avventura, in particolare un raffinatissimo Matt Moran al vibrafono.

I limiti sono un po’ l’altra faccia della stessa medaglia: la raffinata articolazione del materiale musicale sembra andare a volte un po’ a scapito dell’immediatezza e di una certa “sensualità” dell’esito, qualità che in realtà sarebbe potenzialmente insita sia nell’acume ritmico del leader che negli originali impasti timbrici, con la fisarmonica e il clarinetto a produrre nuvole armoniche insidiose. Comunque un ottimo concerto.

La sera dopo non ho potuto seguire una serata dedicata principalmente a Terry Riley (il sottotitolo del festival, “rainbows”, è anche un omaggio a lui) e Philip Glass, con i gruppi Elettrofoscari e Unive Ensemble – che sono l’ottimo frutto del lavoro svolto con gli studenti musicisti – e il quintetto Timegate.

I musicisti dei due ensemble universitari sono stati anche protagonisti, nel pomeriggio del sabato, di un bell’incontro con Evan Parker alla Fondazione Levi. Il sassofonista inglese ha dapprima intrecciato uno dei suoi classici soli in respirazione circolare, per poi dirigere una conduction con i ragazzi, un momento che – pur nella ovvia estemporaneità – ha regalato ottimi spunti ed è certamente per gli studenti un’esperienza preziosissima.

Chi poi si fosse trovato a passare sabato sera per il frequentatissimo Campo Santa Margherita, non avrebbe potuto non notare la lunghissima fila (disposta addirittura su un ponte) fuori dall’Auditorium dell’Università. 

San Servolo Musicafoscari 2017

Con un pizzico di cinismo potremmo dire che la notizia non è certo il tutto esaurito (con decine di persone rimaste fuori) per il solo di Uri Caine al pianoforte. Una vera notizia sarebbe stata probabilmente il contrario, dal momento che era facile ipotizzare che una sala da 250 persone si sarebbe riempita in un battibaleno con un nome del genere in cartellone e l’ingresso gratuito.

Caine, con grande generosità, ripaga tutti dell’affetto con una delle sue classiche scorribande pianistiche: frullatore raffinatissimo, ma anche immediato, in grado di miscelare in tempo reale Mahler e Monk, il pianoforte stride e Bach, Mozart e il blues, Caine ha incantato per la facilità con cui i materiali più disparati entrano e escono dal discorso. La sua è un’America in grado di riflettere su se stessa, anche amaramente come nel brano dedicato a Trump e in cui tutta una serie di luoghi comuni sonori (da New York New York a marcette varie) si sovrappongono con effetto straniante. Il pubblico tributa numerosi applausi al musicista di Philadelphia, che è generoso nei bis e che si ritrova sotto il palco a firmare autografi e fotografie.

Negli spazi del Museo di Arte Moderna di Ca’ Pesaro trovano spazio poi, la domenica pomeriggio, due soli, quello della violinista Eloisa Manera e quello del pianista Fabrizio Ottaviucci. La Manera, pur reduce da una forte influenza, ha presentato con intensità il suo progetto Rondine: violino e elettronica, Bartòk che incontra momenti più etnici, il tema del viaggio e della migrazione al centro della poetica, in una continua dialettica tra scrittura e estemporaneità. Anche per lei grande affetto da parte del pubblico.

Splendido Fabrizio Ottaviucci: il suo recital parte da alcune semplici formule (momenti empatici e armonicamente molto leggibili) dal “concept” Ragapiano per poi regalare due superbe escuzioni di For Cornelius di Alvin Curran e dei due Keyboard Studies di Terry Riley. Eccellente nel controllo della tastiera e allo stesso tempo pienamente in sintonia con il respiro complessivo del pomeriggio, Ottaviucci si è confermato interprete d’eccellenza per questo repertorio, non a caso salutato da grandi applausi che ha ripagato con una dolce versione del cageano In A Landscape.

Finale dedicato a Steve Lehman (che con Musicafoscari aveva già collaborato in passato): il suo progetto Sélébeyone – che avevamo già ascoltato a Saalfelden – ci è sembrato qui ancora più centrato e potente. Lavorando con due rapper (l’americano HPrizm, davvero scultoreo e il senegalese Gaston Bandimic, funambolico) Lehman costruisce una musica dalla forte tensione ritmica, forse leggermente penalizzata da un bilanciamento non ottimale del suono nella sala dell’Auditorium (non era facile con un simile organico, d’altronde), ma potentissima nella coerenza e nella costruzione compositiva, che scolpisce scenari sonori scuri e angolosi su cui le voci dei rapper si arrampicano con essenziale virtuosismo.

Bella e felice, dicevano all’inizio, questa edizione del Festival: bella perché le scelte artistiche sono state di grande qualità, leggibili sotto il profilo dell’attenzione a un certo “taglio” compositivo – Hollenbeck, Lehman – e sotto il segno di un fervido dialogo con altre forme della musica novecentesca (Daniele Goldoni ha più volte ripetuto che il rapporto con Riley e co. va letto in senso dialogico rispetto alle coeve forme di improvvisazione).

Felice perché ha trovato un dichiarato riconoscimento nel panorama cittadino, forse un qualcosa che travalica la primaria attenzione ai soli studenti (nella platea del concerto di Evan Parker ad esempio, forse complice una location “seriosa”, i capelli bianchi prevalevano di gran lunga sulle barbe hipster o sugli zainetti dei più giovani), ma che risponde egregiamente a un’esigenza di qualità per questi linguaggi in città.

In giornate ottobrine caratterizzate da colorati tramonti, l’arcobaleno del Jazz Fest è sembrato davvero luminoso.

 

 

 

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