Mulhouse, sfida all'ignoto

Il racconto del più variopinto e sbarazzino fra i grandi festival jazz

Recensione
jazz
È il più variopinto e sbarazzino dei grandi festival estivi. Molto meno rigido e istituzionale rispetto a parenti stretti come Saalfelden e Willisau, e da sempre aperto alle più diverse contaminazioni, alle musiche di frontiera, all'elettronica e all'improvvisazione radicale, al noise e alla contemporanea. Una finestra spalancata sul presente dal 1972: prima come Jazz a Mulhouse, da qualche anno nelle nuove vesti di Météo Festival. Nome scelto non a caso, a rimarcare la volontà di funzionare come un barometro dell'oggi, una stazione di rilevamento posizionata ai confini del suonabile. Dove generi e stili si incontrano e sovrappongono, dove per proporre bisogna avere il coraggio di rischiare.

Coraggio premiato da una presenza di pubblico notevole e costante: affezionati di vecchia data (nutrito il drappello di italiani), post-fricchettoni tedeschi, svizzeri e francesi – capelli lunghi, barba incolta, sandalo d'ordinanza e prima fila d'obbligo –, attempati masticatori di free, indomiti esploratori e una discreta schiera di under trenta. Giovani – merce rarissima al di sotto della Alpi – attirati dall'aria di festa e condivisione, dai numerosi eventi gratuiti e da un programma che anche per l'edizione 2016 ha riservato non poche sorprese. Più in negativo che in positivo, a dire il vero. Perché rischiare a volte fa rima con sbagliare. E di "errori" durante i cinque giorni di esibizioni e concerti ne sono stati commessi parecchi. Dal tedio paralizzante dei soli dei contrabbassisti Clayton Thomas e Mike Majkowski alle meditazioni per noia e organo dell'irlandese Áine O'Dwyer (lo splendido strumento della chiesa di Sainte-Geneviève meritava ben altro trattamento), dall'ostentato niente del clarinettista Joachim Badenhorst al nulla percussivo del batterista Alexandre Babel (entrambi ospiti della meravigliosa Chapelle Saint-Jean). Musiche inutili più che orribili o moleste. Di quelle che spingono a tristi riflessioni sul già sentito, sulla superficialità con la quale ci si inoltra lungo i sentieri dell'astrazione, sulla crisi di certi approcci pseudo-radicali. «Il silenzio è perfetto. E se decidi di interromperlo, devi avere qualcosa da dire che non sfiguri di fronte a tale perfezione». Parola di Roscoe Mitchell, che intervistato da Alexandre Pierrepont qualche ora prima di salire sul palco ha lucidamente – e inconsapevolmente – inquadrato la questione: senza urgenza, necessità e rigore c'è poco da fare gli aspiranti profeti.

Per fortuna il festival, quello vero, è passato altrove. Corroborante l'ora e più di assalti frontali condotti all'arma bianca da Mats Gustafsson, Ingebrigt Håker Flaten e Paal Nilssen-Love, al secolo The Thing. In versione extra strong grazie alla magnetica presenza dell'infaticabile Joe McPhee (77 anni a novembre). Visti e rivisti, d'accordo. Formula brevettata e riproposta con variazioni minime. Difficile però non lasciarsi trasportare dal flusso torrido delle improvvisazioni e dei brani. Comprese l'esaltante "Viking Disco" e una toccante rilettura dell'ayleriana "The Truth Is Marching In". Decisamente riuscito anche il faccia a faccia tra lo stesso Gustafsson e il virtuoso della cornamusa Erwan Keravec: scintille, spigoli e fitti scambi nel segno del reciproco ascolto e della capacità di sfruttare le potenzialità timbriche e melodiche di uno strumento atipico per l'ambito improvvisativo. Promosso con riserva, invece, l'obliquo omaggio a Little Richard confezionato dal Nu Ensemble del sassofonista svedese. Formazione ad assetto variabile capace di bucare i timpani con improvvisi crescendo degni del free dei tempi d'oro (sfruttando il doppio contrabbasso e la doppia batteria), ma allo stesso tempo irretita in un'alternanza piuttosto sterile e schematica di vuoti e pieni, di passaggi centrati e momenti di straniante indecisione collettiva. Menzione di merito per un solo tutto fuoco di McPhee e per la voce conturbante della bellissima Mariam Wallentin, già musa di Gustafsson nella Fire! Orchestra.



Dieci più più a Roscoe Mitchell, l'uomo del festival. Ai confini della realtà il passaggio alsaziano del sassofonista di Chicago (anni 76), calato su Mulhouse alla testa del suo trio inglese: John Edwards al contrabbasso e Mark Sanders alla batteria (giganteschi entrambi: materico, sanguigno il primo, preciso e implacabile il secondo). Roba da stropicciarsi le orecchie per l'intensità dell'impatto, la precisione delle dinamiche, l'elettrizzante srotolarsi delle improvvisazioni collettive. Una lezione magistrale di libertà e lucidità, con Mitchell in grado sempre e comunque di evitare i luoghi comuni, di andare oltre, di stupirsi e di stupire con vortici di sovracuti in respirazione circolare e dissonanti sciabolate. Chicago protagonista anche nell'esibizione, riuscita, del quintetto Sonic Communion. Merito degli esotismi del pifferaio magico Douglas R. Ewart, membro come Roscoe Mitchell dell'AACM, del drumming sensibile di Michael Zerang, del contrabbasso di Bernard Santacruz, della tromba sorniona di Jean-Luc Cappozzo, ma soprattutto di Joëlle Léandre, portatrice sana di imprevedibilità anche dall'alto della proverbiale tendenza a sconfinare nell'assurdo.



Un paio di gradini sotto il trio del pianista inglese Pat Thomas, accompagnato dall'inossidabile coppia William Parker-Hamid Drake. Incoraggiante l'esordio, con cluster e svolazzi alla Cecil Taylor. Ma alla lunga la tensione è scemata e la musica ha finito per arenarsi sugli scogli di una dignitosa routine. Meglio il duo piano-batteria, sull'asse catalano-svedese, di Agustí Fernández e Kjell Nordeson. Dialoghi sommessi, preziosismi, incastri delicati, piccoli labirinti ritmici e armonici: una delizia. Inappellabile bocciatura invece per il trio dell'arpista Zeena Parkins (che in solo ha strappato un paio di convinti applausi), mentre l'idea dell'ensemble Zeitkratzer di traslare in chiave accademico-contemporanea Metal Machine Music di Lou Reed si è rivelata strampalata soltanto sulla carta. Infine l'arpista francese Hélène Breschand, che supportata elettronicamente dalle intuizioni di Kerwin Rolland ha fatto tremare vetrate e pilastri dell'ex sede dell'azienda tessile DMC, ora convertita in un centro culturale. Un viaggio al centro dell'inquietudine e del possibile, degna metafora di un festival che non ha perso il vizio di sfidare l'ignoto.

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