Miles Davis secondo Don Cheadle

Miles Ahead, il biopic sul jazzista non arriva nei cinema

Recensione
jazz

Dopo le anteprime al cinema, i jazzofili aspettavano in sala uno dei film sulla musica più discussi dell’anno: il biopic di Miles Davis, opera prima dell’attore Don Cheadle (qui regista, co-sceneggiatore, produttore e perfino compositore di un brano del film). E invece la Sony ha deciso di distribuirlo di soppiatto direttamente nell’home video.

È un vero peccato, perché Miles Ahead, preceduto da critiche molto buone ma bersagliato dagli appassionati di jazz, è un gran bel film e merita di essere visto. Cheadle sfugge a tutte le trappole del biopic del jazzista e fa un’operazione puramente cinematografica, partendo da un assunto ovvio e audace: un film non può e non deve spiegare la grandezza del musicista, che è assodata.

Così, con una sola mossa, sceneggiatori e regista aggirano tutte le trappole del jazzista cinematografico: maledettismo, romanticismo, razzismo strisciante (il bianco buono che aiuta il negro bisognoso), difficoltà a conciliare tempi musicali e tempi cinematografici, adattamento della colonna sonora (vedi il pasticcio di Bird di Eastwood) eccetera. Cheadle e il co-sceneggiatore Steven Baigelman si concentrano invece sull’uomo Davis che, si apprende, è anche un musicista in crisi: siamo verso la fine del suo ritiro alla fine degli anni Settanta. E l’uomo Davis era, come tuti, molto contraddittorio: diventa così un personaggio cinematografico, affascinante, divertente e detestabile, a cui gli sceneggiatori possono far fare di tutto. A patto di tradire la storia e al tempo stesso di essergli fedelissimi. In questo senso, il Davis di Cheadle è come il Neruda di Pablo Larraín: un personaggio di commedia che plasma storie avvincenti.

La struttura di Miles Ahead è molto nitida. La cornice narrativa è inventata di sana pianta: si tratta di un noir in cui Davis, negli anni del ritiro, va a caccia di un nastro che gli hanno rubato. Quel nastro è un vero e proprio McGuffin, come diceva Hitchcock – cioè il motore della storia, la scusa per raccontare altro. E questo "altro" è la dedizione alla musica di un uomo appassionato e violento, insicuro e sbruffone, strafatto e fragile, presuntuoso e geniale, che cerca il riscatto in una vita che cerca di smarcarsi da quel mondo razzista e truffaldino del jazz statunitense, ritratto nel film in modo accurato e impietoso.

Questa scatola – la storia del nastro – viene però riempita di fatti reali, storicamente verificati: il giornalista bianco impiccione e provvidenziale (che evoca Eric Nisenson, interpretato da Ewan McGregor), l’amore per Frances Taylor, i dischi, i concerti, il pestaggio della polizia davanti al Birdland, Gil Evans, la violenza sulle donne, e così via, il tutto in un continuo andirivieni tra la fine degli anni Cinquanta e il ventennio successivo. Ne viene fuori un buddy movie in salsa Don Siegel, con un marcato, piacevolissimo profumo anni Settanta e blaxploitation, montato in modo mirabile da John Axelrad e Kayla Emter, anche negli slittamenti temporali.

In questo gioco, Cheadle mostra la musica dal vivo solo qui e lì, mentre fa bene a usarla liberamente come commento, con spiazzanti e salutari effetti di sfalsamento cronologico, come quando Sanctuary da Bitches Brew viene usato in una scena degli anni Cinquanta. Quanto al Don Cheadle attore, crea un Davis credibile ed empatico, ricco di humor e ambiguità, tutto da gustare in versione originale sottotitolata. Anche le figure secondarie sono sbalzate con pochi tratti precisi, come nella esilarante sequenza negli uffici della Columbia, una folgorante sintesi di gangster movie e verità aneddotica.

Cheadle avrà pure scontentato i sacerdoti dell’ortodossia jazz; ma in questo sorprendente debutto registico invece di un santino il film ci restituisce tutti gli umori della personalità e dell'arte di Miles Davis, affamato di vita e di musica.

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