Mark Lanegan, dark man

A Sexto ‘Nplugged intenso concerto della band del cantante americano

Foto di Davide Carrer
Foto di Davide Carrer
Recensione
pop
Sexto Unplugged Sesto al Reghena
09 Luglio 2017

Vi dico la verità: arrivo all’appuntamento con qualche pregiudizio. Ricordo ancora quel concerto al New Age Club di Treviso, nel lontano novembre del 2004, quando un Mark Lanegan torvo e scostante giocò un po’ troppo con la sua fama di dark man. Che siano stati i problemi tecnici o qualche interferenza alcolica, quella sera Mark fu una delusione oltre misura, da metterci una pietra sopra. Però ora mi trovo qui, a dargli una nuova chance, perché negli anni l’artista si è fatto maturo, inanellando una serie di album e collaborazioni bellissime, che gli hanno reso il rispetto sempre crescente di tutta la scena indie americana. Preceduta dalle buone performance di Lyenn e Duke Garwood, la Mark Lanegan Band sale finalmente sul palco con trenta minuti di ritardo. L’afa è bestiale ma Mark non rinuncia alla sua camicia nera a maniche lunghe. Se ne pentirà quasi subito, chiedendo un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi la faccia ogni tanto. Quando attacca con "Death’s Head Tattoo" (dall’ultimo album Gargoyle), mette subito in chiaro il tono che avrà la serata: un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, su cui trionfa il timbro cupo della sua voce inconfondibile. Tra "Goodbye to Beauty", "Ugly Sunday", "Beehive", "Hit the City", "Harborview Hospital", "Floor of the Ocean" e "Torn Red Heart", la set list è costruita sui pezzi del nuovo album alternati ad alcuni pescati dai lavori degli anni Duemila (c’è anche la suggestiva "Deepest Shade" dei Twilight Singers). Jeff Fielder è un grande chitarrista e tutta la band gli sta dietro come un orologio svizzero, lasciando Mark libero di trascinarci nell’abisso della sua anima. Beninteso, lui non si concede mai: gracchia un «thank you» ogni tanto, e questo è tutto. Tra i sopravvissuti della scena grunge, Lanegan rimane sicuramente quello che ancora ne tiene viva l’essenza, con tutto il suo corollario di contraddizioni. Attrae e respinge, seduce ma senza volerlo fare mai fino in fondo. Dopo un’ora e un quarto di musica, la band saluta e se ne va. Tornerà dopo poco per chiudere in bellezza con "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division, mandando il pubblico in delirio. And that’s all, folk! Anche quest’anno il cartellone del Sexto ‘Nplugged di Sesto al Reghena si rivela molto interessante per gli appassionati di musica indie: il 10 luglio ci sono Austra + Dillon; il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller.

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