Lirico Cecil Taylor

A Umbria Jazz l'ottantenne maestro del pianoforte e la serenità del suo radicalismo

Recensione
jazz
Umbria Jazz
16 Luglio 2009
Formidabili ottantenni a Umbria Jazz: prima Bacharach poi Cecil Taylor hanno dimostrato una tempra e una freschezza umana ed artistica impareggiabili. Rilassato e di ottimo umore, Taylor ha suonato in solitudine, cosa ormai sempre più rara, in un inconsueto orario pomeridiano. Dalle prime note si comprende che non è più il pianista seminatore di vento e tempesta di un tempo: ora Taylor ha lo sguardo incollato su una serie di foglietti su cui sono elencati idee, frammenti melodici, arpeggi, da cui prende spunto per improvvisare. Le ondate di energia sono rare e brevi: prevale invece un atteggiamento quieto, dominato dagli arpeggi per moto contrario o dalle reiterazioni di frammenti su varie altezze, entrambi cliché un po' stancanti, usati come riempitivi alla Art Tatum. E però da queste pozze arpeggiate emergono grumi di cluster, macchie di colore, ghirigori sul registro acuto, occasionali sbocchi gestuali, quasi tutti in un modo o in un altro riconducibili al blues, a Ellington, a Monk. È una musica serena, lirica, impreziosita da un tocco che ora è ancora più delicato, luminoso, ricco, complice uno splendido Fazioli (al posto del Bosendorfer, di solito richiesto per i concerti in solitudine). C'è una sorta di serenità nei gesti musicali di Taylor che, con grande efficacia, emana da un linguaggio che rimane quietamente radicale, irriducibile a qualsiasi categoria. È questa la forza intima della sua musica, che ne impedisce la corrosione del tempo, ma solo un umanissimo indebolimento. Un concerto forse non memorabile, ma una lezione di musicalità e coerenza artistica e che tocca nel profondo e sa sciogliere con grazia, eleganza e immediatezza i nodi espressivi più ardui. Grande successo da un pubblico che solo si sarebbe voluto più numeroso.

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