L'intenso Monteverdi della Antonacci

A Roma il soprano Anna Caterina Antonacci conquista il pubblico della IUC con un'interpretazione emozionante
 

Anna Caterina Antonacci alla IUC
Foto Damiano Rosa
Recensione
classica
IUC, Roma
Anna Caterina Antonacci
14 Ottobre 2017

Protagonista indiscussa dell’appuntamento con cui si è aperta la nuova stagione musicale dell’Istituzione Universitaria dei Concerti, Anna Caterina Antonacci ha letteralmente incantato il pubblico presente nell’Aula Magna della Sapienza col Combattimento di Tancredi e Clorinda, vera e propria opera in miniatura che Claudio Monteverdi ha inserito nel suo Libro VIII di Madrigali “guerrieri, et amorosi”.

Il soprano ha interpretato tutti e tre i ruoli della partitura – una soluzione già sperimentata con successo in altre occasioni – sfruttando una gamma estremamente ampia di sfumature espressive, giocando su una vocalità mai monotona e, soprattutto, esaltando tutta la drammaturgia che il capolavoro monteverdiano racchiude in poco meno di mezz’ora di musica.

Davvero si è ben compresa la ragione della profonda commozione tra gli ascoltatori che l’autore stesso riferisce aver caratterizzato la prima rappresentazione. Meno adatti alle caratteristiche della Antonacci sono apparsi i due brani di Giovanni Paolo Colonna, tratti dalla liturgia della Settimana Santa, elementi di un programma che, seppur incentrato su quella Gerusalemme (celeste e terrena) ai margini della quale si svolge il famoso combattimento, è risultato un po’ troppo lungo e dispersivo.

Di gran pregio l’esecuzione della Battalia di Biber, grazie alla quale il tema dello scontro è stato efficacemente restituito dai soli strumenti – ovvero il nutrito gruppo che componeva l’Accademia degli Astrusi, sotto la direzione di Federico Ferri – ma l’inserimento di Corelli ha determinato uno spostamento temporale (verso il secolo successivo) che non è apparso pienamente giustificato. Anche perché, se da un lato il gruppo ha meritevolmente dimostrato come anche nell’Aula Magna si possa godere della piena sonorità degli strumenti barocchi, dall’altro ha mostrato qualche imprecisione nell’insieme. E l’approccio al linguaggio della musica francese – in questo caso una selezione da Armide di Lully che pure ha visto una ottima Antonacci nella veste solistica – è risultato non troppo raffinato né sufficientemente differenziato, quanto a sonorità complessiva, rispetto alla corposità che viceversa aveva caratterizzato Biber e Corelli.

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