L'eredità di Don Cherry

Multikulti: Cristiano Calcagnile e la riscoperta del corpo

Recensione
jazz
Sono passati vent’anni dalla morte di Don Cherry e interrogarsi sulla sua eredità è un esercizio stimolante, soprattutto se si vuol provare a andare oltre una serie di “luoghi comuni” come il “pioniere della world music” e cose del genere.

Artista che ha fatto della pratica musicale un veicolo di conoscenza del mondo, dagli esordi con Ornette Coleman alle sonorità globali degli anni Ottanta, passando per la collaborazione con Sonny Rollins, i magnifici dischi Blue Note e via dicendo, Cherry ha lasciato segni molto forti, ma anche discontinui, nella corteccia del jazz degli ultimi cinquant’anni, indicando modalità sempre in movimento di condivisione del momento creativo.

Fa in un certo senso piacere che l’Italia – con cui il trombettista ha avuto sempre un rapporto di grande affetto – abbia continuato a cogliere alcuni segni lasciati da Cherry.

Tra i momenti chiave di questo "rapporto" ci sono certamente il bellissimo omaggio allestito dal batterista milanese Tiziano Tononi nel 1996 con il disco Awake Nu (A Tribute To Don Cherry) – lavoro che ha vinto il referendum Top Jazz di "Musica Jazz" – e la straordinaria edizione 2008 del Festival di Sant’Anna Arresi, dedicata a Cherry, con alcuni indimenticabili concerti e incontri alla presenza della moglie Moki (mancata poi l’anno successivo) e dei vari figli, tra cui i celebri Neneh e Eagle-Eye.

A questi si aggiunge ora il progetto Multikulti di un altro batterista milanese (curiosa coincidenza), Cristiano Calcagnile, che ha allestito un ottetto per viaggiare dentro la musica di Cherry.

Dopo le esibizioni a Correggio e al Festival di Clusone la scorsa estate, Calcagnile ha registrato in questi giorni un disco con l’etichetta Caligola e, al termine delle sedute di registrazione, ha presentato al pubblico il materiale nell’auditorium del Centro Candiani di Mestre (ne racconta anche Alessio Surian qui)



Con lui ci sono Gabriele Mitelli alla tromba, Nino Locatelli e Massimo Falascone alle ance, Paolo Botti a viola e banjo, Pasquale Mirra al vibrafono, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Dudù Kouatè alle percussioni, un gruppo che ci è sembrato coeso e reattivo nel continuo entrare e uscire dai temi di Cherry che costituiscono l’ossatura di lunghe suite.

Questa, della suite che contiene temi e mondi diversi, è una classica pratica cherryana (il trombettista non diceva nemmeno cosa si sarebbe suonato e a seconda dell’estro "chiamava" temi e materiali cui gli altri musicisti dovevano subito reagire) e rimane ancora oggi – al di là della bellezza e della potenza evocativa di melodie come quelle di "Mopti", "Togo", "Guinea", "Complete Communion" – un fantastico dispositivo di interazione sia tra i musicisti che con il pubblico.

Tra momenti percussivi accesi da mille dettagli e spazi per brevi ma intensi interventi solistici, in un flusso che sa di viaggio emotivo prima ancora che fisico, il progetto di Calcagnile ci sembra davvero prezioso, non solo per la qualità della musica, ma proprio perché, attraverso l’evocazione dei mondi e delle strategie artistiche di Cherry, riporta in primo piano la necessità di una condivisione che vada al di là del semplice schema "io suono/tu ascolti".



In questo senso devo confessare che ieri sera più volte avrei preferito essere in mezzo ai musicisti, a ballare o solo a stretto contatto con loro e con tutti gli altri spettatori, piuttosto che seduto sulle pur comode poltroncine dell’auditorium.

Quella di Cherry e, ora, del Calcagnile Multikulti, è musica che spinge a ridefinire i rapporti, a riappropriarsi del corpo (spesso obbligato alla "scomodità" nell’ascolto delle musiche di matrice africano-americana), a entrare nel flusso completamente.

Non si tratta di concetti "new age" o fricchettoni fuori tempo massimo, eh, è un qualcosa che nell’ambito delle performing arts contemporanee è da anni oggetto di attenzione e che potrebbe anche – in alcuni casi – (ri)avvicinare comunità di ascoltatori.

Spero che il progetto di Calcagnile abbia la fortuna che merita. Non è facilissimo, dato che sono in otto e che l’assessore di turno preferisce solitamente il nome più famoso. Ma spero davvero che questo concerto possa girare. Magari in luoghi e modalità in cui le sedie e il palco "scompaiano" e l’esperienza diventi un qualcosa di sempre più condiviso.

Forse l’eredità di Don Cherry passa anche attraverso questo.

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