Le lontananze del Beethovenfest

A Bonn il Beethovenfest 2017, la storia della musica attraverso Beethoven

Brautigam Beethovenfest
Ronald Brautigam, foto di Marco Borggreve
Recensione
classica
Bonn
Beethovenfest 2017
08 Settembre 2017 - 01 Ottobre 2017

Cosa rende speciale il Beethovenfest che annualmente si svolge a Bonn, città che ha dato i natali al grande musicista? Per tracciare un interessante percorso che, prendendo le mosse dal frutto dell’attività compositiva di Beethoven, si muova lungo tutta la storia della musica, è fondamentale la scelta di un tema – qui viene chiamato "motto" – intorno al quale far ruotare tutta la manifestazione. E i temi scelti sono tutt’altro che generici, si evita per esempio di far riferimento alla forza o alla passione che la sua musica trasmette, approfondendo viceversa particolari aspetti, suggestioni o individuando prospettive, sempre naturalmente provenienti dall’universo beethoveniano. Quest’anno Nike Wagner, saldamente alla guida artistica del Festival, ha scelto il motto Ferne Geliebte e ha organizzato l’intera programmazione intorno al ciclo liederistico – appunto An die ferne Geliebte (alla lontana amata) – che il musicista di Bonn completò nel 1816, di fatto il primo ciclo di Lieder nella storia della musica. Aprendo così le porte a quegli "amorosi affetti" che proprio la musica, con la sua forte capacità di sollecitare le emozioni umane, ha affrontato in epoche diverse ma sempre con una gamma estremamente ampia di possibilità espressive. Una serie di proposte, quelle che il Beethovenfest 2017 ha presentato dall’8 settembre fino a domenica scorsa 1 ottobre (anticipando peraltro il proprio svolgimento di circa un mese rispetto alle passate edizioni), in cui questa tematica è risultata oltremodo incisiva, ma è proprio questo che ha consentito la formulazione di programmi piuttosto particolari e interessanti. Un Beethovenfest non è dunque mai scontato, non si viene fin qui per ascoltare un’antologia di brani scritti dal grande Ludwig, ma piuttosto per scoprire le ramificazioni più insospettabili che dalla sua musica partono e si diffondono non solo all’intero secolo XIX ma anche al Novecento e infine ai giorni nostri.

Per esempio, nel concerto inaugurale, che lo scorso 8 settembre ha visto Valery Gergiev alla guida dell’Orchestra del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, il Preludio all’atto I del Lohengrin di Richard Wagner ha evocato quell’idea di "distanza" che è parte essenziale del motto di quest’anno. Naturalmente non poteva mancare il ciclo An die ferne Geliebte, proposto (lo scorso 10 settembre) da un interprete di spicco come il baritono Matthias Goerne, accompagnato al pianoforte da Alexander Schmalcz, ma l’approfondimento nella ricca tradizione vocale in lingua tedesca è proseguito su diversi fronti e, soprattutto, affrontando autori alquanto diversi tra di loro, come Franz Schubert e Hugo Wolf. Una programmazione varia vuol dire anche esplorazione del moderno e del contemporaneo, il che porta ad avere la possibilità di ascoltare brani come il Quartetto n. 2 di Arnold Schönberg – per sottolineare la frase “Respiro aria da altri pianeti” contenuta nelle liriche di Stephan George da cui prende le mosse l’opera – ma anche Tout un monde lointain di Henri Dutilleux o quel Fragmente – Stille, An Diotima di Luigi Nono, dal quale ha ha preso la propria denominazione il Quatuor Diotima, protagonista di un concerto (lo scorso 24 settembre) durante il quale è stato anche proposto il Quartetto op. 132 di Beethoven, con quella annotazione “Mit innigster Empfindung” (“col più intimo sentimento “) posta in testa al terzo movimento, che rimanda inequivocabilmente al clima espressivo del tema di quest’anno.

Tra i concerti che ho potuto personalmente seguire negli ultimissimi giorni del festival, immerso peraltro nella particolare animazione con cui Bonn stava celebrando una vera e propria festa della città, due in particolare univano l’interesse del programma proposto con l’attenzione che sempre più vi è per quell’Originalklang, ormai finalmente inteso non come archeologia degli strumenti antichi bensì come suono/lingua originale in cui è possibile ascoltare il lavoro di un compositore del passato. Esattamente come se si fosse ascoltato Shakespeare recitato nella sua lingua piuttosto che in una pur ottima traduzione in italiano (o, se si preferisce, in giapponese), l’esperienza proposta nei concerti che hanno visto protagonisti rispettivamente Ronald Brautigam e Les Musiciens du Louvre ha portato gli ascoltatori a diretto contatto con la sonorità che i compositori avevano in mentre scrivendo le loro musiche.

Nel suo secondo concerto (venerdì 29 settembre, a due giorni di distanza dal primo) ospitato nella suggestiva cornice del salone de La Redoute, Ronald Brautigam ha suonato su una copia di un fortepiano di Conrad Graf – il costruttore di uno degli strumenti appartenuti a Beethoven e tuttora conservati qui nella sua casa natale – cimentandosi con un programma che partiva da Haydn e arrivava naturalmente al musicista di Bonn. Nelle due sonate "inglesi" del primo (catalogate rispettivamente Hoboken XVI n. 50 e n. 52), Brautigan ha davvero approfittato di tutte le sfumature dinamiche e timbriche dello strumento, per dare a questi brani tutto il vigore, la brillantezza e l’espressività che su un moderno pianoforte rischiano di perdersi dietro un’apparente facilità tecnica. L’attenzione per l’agogica, la ricerca di un ‘forte’ che fosse dimensionato alle possibilità dello strumento, l’eleganza del gesto interpretativo privo di qualsiasi sbavatura, hanno felicemente caratterizzato tutto il programma che, dopo la parentesi dedicata al meno noto Johann Wilhelm Wilms (un musicista tedesco naturalizzato olandese, nato nel 1772), è approdato al Beethoven dell’Andante favori e della celebre Sonata Waldstein.

Che il pubblico tedesco non sia più così tradizionalista come un tempo, lo ha dimostrato anche il favore con cui è stato accolto il concerto (sabato 30 settembre) durante il quale Les Musiciens du Louvre, sotto la direzione di Sèbastien Roland, hanno proposto un programma che, ruotando intorno a diverse celebri storie d’amore (come prescriveva il festival di quest’anno), ha proposto in realtà brani che non sono così frequentati malgrado la loro intrinseca bellezza. Da notare come la sede di questo e di molti altri concerti, fosse quest’anno il World Conference Center Bonn, in attesa che la celebre Beethovensaal venga completamente ricostruita e consegnata alla città in occasione di quel 2020 durante il quale sarà celebrato il giubileo dei 250 anni dalla nascita dell’illustre concittadino. Strumenti originali dunque, col determinante apporto del Philharmonischer Chor der Stadt Bonn e di due eccellenti solisti, per un affascinante viaggio musicale iniziato con alcuni brani da Orphée et Eurydice di Gluck e da L’Anima del filosofo ossia Orfeo ed Euridice di Haydn e proseguito nella seconda parte in piena area romantica. Di grande espressività la voce del mezzosoprano Anaik Morel, che ha interpretato Les nuits d’été, una gemma musicale nel repertorio scritto da Berlioz, e poi una intera scena dal V atto di Romeo et Juliette di Gounod, insieme al tenore Mathias Vidal, eccellente protagonista vocale nei brani della prima parte del concerto. Notevole l’effetto di insieme, grazie a una compagine orchestrale in grado di raggiungere una sonorità piena e ricca di quelle affascinanti "diversità" timbriche che l’uso degli strumenti dell’epoca classica può consentire. Sicura e intensa la direzione di Roland, che – quasi fosse un bis improvvisato – ha infine proposto il trascinante Galop infernal da Orphée aux enférs di Offenbach, con tutti i musicisti e i cantanti impegnati anche in un simpatico effetto corografico d’insieme.

Il Beethovenfest di Bonn è anche questo, oltre a un programma che non trascura appuntamenti con la danza, con la letteratura e col cinema: riuscire a tessere una trama di collegamenti tra i frutti del genio beethoveniani e quelli di tanti altri compositori che lo hanno preceduto o seguito, sempre però con spirito indagatore, con grande curiosità, con sincera apertura verso il nuovo e il meno noto. Un modo intelligente di coniugare tradizione e contemporaneità.

 

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