Le 22 corde di Seckou Keita

Il musicista senegalese in concerto in solo a Lisbona, per presentare il disco 22 Strings

Seckou Keita, 22 Strings
Recensione
world
Culturgest, Lisbona
Seckou Keita
30 Novembre 2017

Sono un paio d’anni che Seckou Keita propone dal vivo, da solo, il repertorio del disco 22 Strings, e i concerti continuano a registrare il tutto esaurito: non ha fatto eccezione l’ottimo e capiente teatro del centro Culturgest di Lisbona. Il griot della Casamance è accompagnato sul palco solo dai suoi strumenti: un piccolo talking drum e due kore, lo strumento cui è dedicato lo spettacolo.

A rigore, la kora (arpa-liuto montata su una calabas, grossa zucca) ha, in genere, 21 corde. Narra la leggenda che gli spiriti della foresta, i djinns, abbiano voluto offrire la prima kora al griot Jali Mady 'Wuleng' (il “rosso”) e che quella kora avesse 22 corde; e che quando Jali Mady morì, gli altri griot abbiano scelto di togliere dalle loro kore la corda più bassa in segno di rispetto; ma si narra anche che in zone della Guinea Bissau, Gambia e nel Senegal meridionale la kora a 22 corde sia sempre rimasta in uso ed è a questa parte dell’Africa occidentale che ci riportano i dieci brani di 22 Strings, un viaggio là dove la kora – e lo stesso Seckou Keita – sono nati.

E da cui sono partiti, spesso con molta sofferenza. Non a caso, il primo brano del concerto è “Distance”, è accompagnato dalla foto di un cartello fotografato all’entrata del forte che sovrasta l’isola di Gorée, da cui sono stati deportati migliaia di schiavi africani. Dall’inizio sono chiari i registri che Seckou Keita fa propri nei concerti da solo: l’intensità minimalista e intimista degli arrangiamenti, capaci di evocare in “Distance” il Bob Marley di “Redemption Song”, senza mai cedere alla tentazione della cover; la capacità pedagogica e narrativa di far entrare l’ascoltatore nel proprio mondo; il dialogo con lo schermo alle sue spalle: ora in tinta unita rossa o blu secondo l’umore della musica; ora a proporre un ritmo visivo, siano passi sulla spiaggia, o onde o dita che sembrano accarezzarle; ora diviso in due foto, spesso pescate dal suo contesto familiare e amicale.

Nato in Casamance quasi quarant’anni fa (il 14 febbraio 1978), Seckou Keita ha fatto tappa in vari Paesi prima di trasferirsi nel 1999 in Inghilterra. Mettere l’accento sulla ventiduesima corda è riportare la musica a casa, ai legami familiari e sociali, come mettono in evidenza i brani vocali, "If Only I Knew", "Kana-Sila", "Mandé", che chiamano il pubblico ad interagire. Altri tre brani sono dedicati a familiari: al fratello più giovane che una notte, durante un periodo di malattia di Seckou Keita, l’aiutò a catturare sulla kora un momento di ispirazione ("N’doké, Little Bro"); al nonno materno Jali Kemo Cissokho, uno dei griot più conosciuti della regione ("Tatono"); e alla ricerca del padre ("Mikhi Nathan Mu-Toma (The Invisible Man)").

Il finale del concerto è tutto in crescendo, con accenni di virtuosismo e di interazioni col pubblico giocate su un impeccabile senso del tempo anche nelle battute, fino a consegnare a chi ascolta il compito di cantare la melodia, sostenuti solo dal talking drum che accompagna i passi di un infaticabile viaggiatore.

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