L'altrove impossibile di Mulatu Astatke

L'ethio-jazz senza tempo di Mulatu Astatke al Botanique di Bologna

MULATU ASTATKE, BOTANIQUE, BOLOGNA, 4 LUGLIO
Foto di Alexis Maryon
Recensione
world
Botanique, Bologna
Mulatu Astakte
04 Luglio 2018

Un uomo di mezz’età confuso e con gli occhi un po’ bastonati si trova a un bivio esistenziale, e la faccia gliela presta Bill Murray: un film di qualche tempo fa (era il 2005) di Jim Jarmusch, regista da sempre molto attento alle colonne sonore nei propri lavori, ha aperto a molti, inaspettatamente, un mondo, quello dell’ethio-jazz. Una sinuosa e pigra mescolanza di groove cotti dal sole, scale enigmatiche, un soul tutto metafisico, remoto eppure modernissimo, una sorta di sfinge a stagliarsi unica nel panorama delle musiche udite fino a quel momento.

Ad aprirci la porta di questo vero e proprio paradiso perduto (e fortunatamente ritrovato) è stato proprio Mulatu Astatke (o Astatqé), vibrafonista e compositore che ha collaborato con leggende come Duke Ellington e Mongo Santamaria. La melodia sghemba e spigolosa di “Yegellé Tezeta”, con quel basso febbrile e svogliato allo stesso tempo, un tempo lento, quasi statico, come una lucertola su un sasso nella depressione di Dancalia (uno dei luoghi più inospitali della terra, diviso tra Gibuti, Eritrea ed Etiopia), capace però, pur nella sua atavica indolenza, di rotolare, di rotolare e di rapire e invitarci a una danza lenta, mentre il calore spappola i pensieri e la realtà si fa miraggio. Oppure il profilo irresistibile di “Yekermo Sew”, un’armonia ambigua, difficile da decifrare eppure a presa istantanea, ed è proprio in questa felice ambiguità che risiede il fascino di questa musica, in bilico tra visione e memoria, tra cielo e terra, impastata della polvere dei secoli eppure per niente datata.

Nei bellissimi spazi dei Giardini di via Filippo Re, in piena zona universitaria, l’ottetto di Mulatu ha offerto un saggio perfetto di quest’arte magnetica e misteriosa, come un Sun Ra senza velleità cosmiche o un Duke Ellington del Corno d’Africa. Particolarmente in risalto l’ottimo lavoro al piano elettrico di Alexander Hawkins, un musicista che si sta dimostrando una delle teste in fiamme dell’attualità jazz (tra i tanti progetti, vale la pena segnalare i Chicago London Underground, con Rob Mazurek, John Edwards e Chad Taylor); a impastare terra rossa, radici e ritmo Neil Charles al contrabbasso, Jon Scott alla batteria e Richard Baker alle percussioni. La sezione fiati composta da James Arben a sax e flauto e Byron Wallen alla tromba ha staccato melodie da antologia, e a completare la band a lavorare nelle retrovie fornendo fondamenta poco visibili ma essenziali il violoncello di Shanti Jayasinha.

Una musica che è a suo modo pop ed estremamente fruibile pur essendo del tutto peculiare: in che modo funzionano i meccanismi del successo, dell’hype? Non so rispondere a questa domanda, non essendo particolarmente interessato a ciò che fa tendenza, ma resta la curiosità di capire come un artista come Astake possa raccogliere l’interesse anche di persone non particolarmente addentro alle cose di musica. Merito della faccia stropicciata e dello sguardo triste di Bill Murray e della scelta lungimirante di Jim Jarmusch? Forse solo della potenza, che oltrepassa le parole, di un suono che entra sotto la pelle. Altri artisti, in altri luoghi meno visibili, hanno coltivato relazioni fertili con l’Etiopia, penso ad esempio ai grandi olandesi The Ex, che hanno collaborato a più riprese con il sassofonista Getatchew Mekuria oppure al catalogo della Terp Records, gestita proprio da Terrie Ex, che ha pubblicato dischi di Mohammed Jimmy Mohammed e molti altri. Doveroso poi menzionare la serie francese Les Ethiopiques, che dal 1998 ha documentato in trenta dischi (a oggi) una scena musicale fertile e interessantissima, di cui Mulatu è solo la punta dell’iceberg e che vi invitiamo calorosamente a scoprire, se non lo aveste già fatto, ad esempio, partendo proprio dal ventisettesimo volume della seria che riunisce in due cd il suono unico del soul dell’Etiopia nel dopoguerra, tra big band, jazz allusivo e sempre in sottrazione, armonie ipnotiche e a presa istantanea.

Un concerto che ci ha portato in un altrove impossibile e mitologico per un tempo non quantificabile, facendo crescere il rimpianto per essere prigionieri, volenti o nolenti, della grande piana ipermercata, e lasciandoci voglia di terra, di orizzonti. Possiamo dunque perdonare un po’ di accademia alla band e allo spettacolo, che si è risolto in una lunga teoria di greatest hits a cui il pubblico ha risposto con entusiasmo. Lo status di Mulatu, con le sue settantacinque primavere alle spalle, è quello della living legend, e va benissimo così. La rassegna del Botanique, curata dall’Estragon, locale storico di Bologna (da ben 25 anni!) prosegue fino al 21 luglio. Date un’occhiata qui (www.botanique.it ), in arrivo altre cose belle.

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