La riuscita lezione di George Benjamin e Martin Crimp 

Dopo Londra, ad Amsterdam per l’Holland Festival Lessons in Love and Violence, con Stéphane Degout e Barbara Hannigan protagonisti

Lessons in Love and Violence
Foto di Stephen Cummiskey
Recensione
classica
Amsterdam, Dutch National Opera
Lessons in Love and Violence
25 Giugno 2018 - 05 Luglio 2018

C’era una volta un re che parlava solo d’amore. Il re aveva una moglie e due figli ma amava un uomo. «Amare un uomo non c’entra. È l’amore e basta il veleno», gli dice il suo ministro della guerra, che rimprovera al re di spendere tutto per il suo amante mentre il popolo muore di fame. Ma il re non lo ascolta: «Non annoiarmi con il prezzo del pane, non occuparmi la mente con la politica». Allora il ministro fa leva sul popolo e si allea con la regina, ma pensa alla corona. Fa arrestare e poi uccidere l’amante del re e arriva a far prigioniero il re per costringerlo finalmente a consegnargli la corona. I figli del re assistono a tutte quelle lezioni di amore e violenza e saranno loro a trarne le conseguenze nel drammatico finale. 

Lessons in Love

È di paradigmatica linearità la trama della nuova opera di George Benjamin, che, dopo Into the Little Hill e Written on Skin, ritrova la scarna scrittura di Martin Crimp. Solo qualche nome – Isabel la moglie, Gaveston l’amante del re e Mortimer il ministro della guerra – rimanda alla vicenda di Edoardo II, già protagonista della tragedia di Christopher Marlowe e portata sullo schermo da Derek Jarman e più di recente sulla scena operistica da Andrea Scartazzini.

In Lessons in Love and Violence il dato storico però non è importante (e il protagonista è semplicemente “il re”) e meno ancora è la carica socialmente eversiva dell’esplicito orientamento sessuale del monarca. Ciò che conta per Crimp è la dimensione astratta dell’apologo sulla violenza che genera violenza e morte anche nei mitissimi e all’apparenza fragili spettatori della catena di insensati delitti. Tanto misurata è nelle parole, tanto lo è nella musica composta da Benjamin. Ispirata a un serialismo non ortodosso, arricchito da una sensibilità timbrica di scuola francese, l’accompagnamento musicale è quasi un teso sottofondo alle elaborate volute liriche del canto, ripreso e sviluppato in forma puramente strumentale negli interludi alle sette scene sulle quali l’opera si sviluppa.

La stessa tensione implicita si ritrova nell’allestimento, lo stesso della creazione londinese dello scorso marzo, di gelida perfezione firmato da Katie Mitchell, come già quello per Written on Skin. È un crudelissimo e cerebrale huis clos quello scelto dalla regista britannica come teatro di queste Lessons, uno spazio chiuso (disegnato da Vicki Mortimer) che cambia prospettiva in ognuna delle scene e via via si impoverisce di dettagli – il grande acquario si svuota di ogni forma di vita, spariscono i due Bacon appesi alle pareti come le preziose reliquie dalla vetrina. Resta immutato invece il grande talamo al centro della stanza, autentico epicentro delle vicende di amore e violenza. Straordinario il suo lavoro sul movimento, spesso al rallentatore per amplificare la portata emotiva nei passaggi chiave, e formidabile la cura dedicata a ognuno dei bravissimi interpreti. Bravissimo è certamente Stéphane Degout che presta voce e corpo al disegno di un umanissimo re che perde l’amante ma anche ogni appiglio alla sua disperata umanità. Non meno eccezionale è Barbara Hannigan, che, messe da parte le note doti di virtuosa del canto e del movimento, disegna con magistrale misura le tensioni e l’odio freddo della regina. Più convenzionali le caratterizzazioni dello sfrontato Gaveston di Gyula Orendt e del violento Mortimer di Peter Hoare così come quelle dei personaggi minori. Lascia un segno profondo la classe anche vocale del giovane tenore lirico Samuel Boden, il ragazzo che deve farsi re, presenza muta per gran parte che si prende la scena con autorità verso il finale. 

Ad Amsterdam è la Netherlands Radio Philharmonic Orchestra ad assicurare un’ottima qualità musicale all’esecuzione guidata dallo stesso Benjamin. 

Dopo Londra, anche ad Amsterdam l’accoglienza è calorosa, un buon viatico per le tappe di Lione, Madrid, Barcellona e Chicago che seguiranno nelle prossime stagioni.

Co-produzione dell’Holland Festival (Amsterdam) con Royal Opera House - Covent Garden (London), Hamburgische Staatsoper, Opéra national de Lyon, Lyric Opera (Chicago), Gran Teatre del Liceu (Barcelona), Teatro Real (Madrid).

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