La bella "Sì" del miglior Mascagni

"Si", l'operetta di Mascagni è tornata a Vienna in una bella esecuzione musicale ed in una velleitaria messinscena

Recensione
classica
Volksoper Vienna
Pietro Mascagni
19 Ottobre 2002
Deciso ad estirpare dal gusto del pubblico italiano quel "gran chiodo delle Vedove allegre" sostituendolo con l'alternativa italiana all'esperienza viennese, Mascagni aveva avviato nel 1918 il progetto di "Sì", pungolato inesorabilmente da Carlo Lombardo, geniale "chef" della lirica leggera in Italia. Temeva, il Maestro livornese, anziché la recessione del "genere", prevedibile dopo la carneficina bellica, un ritorno di fiamma dell'euforia operettistica. Preoccupazione e precauzione inutili. Ma soprattutto in ritardo nello scenario europeo, come sarebbe stato "Giove a Pompei" , ambizioso consorzio post-offenbachiano di Giordano e Franchetti. Nasce comunque nel 1919 al Quirino di Roma questa "Si" ricca d'invenzione, di belle pagine e di uno spessore musicale talvolta degno del miglior Mascagni. E meritevole del clamoroso successo riecheggiato nel 1925, sotto la direzione dell'autore, a Vienna, dove adesso il titolo è tornato in apertura del programma "Le operette d'Europa", con il corollario di una bella mostra curata da Birgit Meyer e Sara Trampuz. Ma come l'intreccio di Si (dal nome della cocottina che non sapeva mai dire di no) muoveva da un equivoco offriva infatti alla vena mediterranea di Mascagni una sorta di epitome dell'operetta viennese, facendo confluire nel libretto tutti i luoghi cari alla tradizione danubiana, sul tema dell'infedeltà- così Mascagni, cui forse bruciava ancora l'esperienza analoga di Puccini con la "Rondine", si avventurava nell'equivoco di un'operetta "sérieuse", evitando o limitando, se non la brillantezza, il tipico "coté" buffo. La sequenza dei brani quasi tutti di qualità- non lascia dubbi sulle intenzioni, fare cioè di "Si" una sorta di frivola "donna perduta", donnina-oggetto illusa da una nobiltà in disarmo e coinvolta in un gioco un po' crudele: valzer malinconico, valzer triste, ballo triste. Pagine in cui la nota elegiaca rievoca il melos di "Ratcliff" o "Silvano" (e ovviamente "Le Maschere" nel coro del carnevale). All'equivoco di fondo di questa opera/operetta nazionale si somma il grossolano equivoco in cui è incorsa a Vienna la giovane regista Katja Czellnik, la quale, partendo dal fatto che il primo atto è ambientato in un ufficio telegrafico, ha fatto di "Si" una metafora della tecnologia che miete le sue vittime; ed ha ambientato l'operetta nel laboratorio di una "Metropolis", attraversata da frenetiche impiegate in triciclo, dove i personaggi sono simboli di un incubo paranoico, zeppo di citazioni cinematografiche, da "Venere bionda" (Si emerge come Marlene dal vello di uno scimmione) ad "Arancia meccanica", da "Coma profondo" a "Virus letale". Ne consegue uno spettacolo ermetico (anche perché l'operetta, eseguita in italiano, omette il raccordo dei dialoghi e le coreografie, mentre i numeri musicali sono legati da ossessivi rumori meccanici fuori-scena) dagli effetti impressionanti, ma costantemente "contro" la musica. Tanto "contro" da far correre grossi rischi al coro ed a deprimere l'esecuzione musicale. Fortunatamente il direttore Marc Piollet fa suonare magnificamente l'orchestra della Volksoper e riesce ad estrarre dalla partitura tutte le suggestioni e le bellurie possibili, secondate da un eccellente cast. Eva Lind è una splendida protagonista anche quando muore fagocitata da un groviglio di tubi flessibili. Ma non le sono da meno il soprano Renate Pitscheider (Vera), il tenore Dario Schmunck (Luciano) e Reinhard Alessandri (improbabile viveur in versione hippie).

Interpreti: Eva Lind (Si), Renate Pitscheider (Vera), Brigitte Herget (Palmira), Dario Schmunck (Luciano di Chablis), Oliver Ringelhahn (Cleo de Mérode)

Regia: Katja Czellnik

Scene: Vera Bonsen

Costumi: Vera Bonsen

Coreografo: Lili Clemente

Orchestra: Orchestra della Volksoper di Vienna

Direttore: Marc Piollet

Coro: Coro della Volksoper di Vienna

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