Kiwanuka al secondo album è già fin troppo maturo

Tutto esaurito al Regio di Parma per Michael Kiwanuka, ospitato dal Barezzi Festival

Michael Kiwanuka al Barezzi Festival di Parma
Recensione
pop
Teatro Regio di Parma, Barezzi Festival
Michael Kiwanuka
17 Novembre 2017

Pensando alla mia impressione una volta uscito dal concerto che Michael Kiwanuka ha tenuto venerdì scorso al Teatro Regio di Parma: – uno degli appuntamenti clou di un Barezzi Festival che dal 14 al 19 novembre ha disseminato in vari luoghi della città e provincia emiliana la sua undicesima edizione – mi è tornato alla mente il titolo di un libro di Lester Bangs apparso in Italia una decina di anni fa, nell’ambito di una serie di volumi dedicati al critico statunitense dalla casa editrice Minimum Fax. Il titolo era: Impubblicabile!

Non che il clima che si è respirato l’altra sera al Regio abbia qualcosa a che fare con il contenuto degli scritti di Bangs raccolti in quelle pagine, ma un vago imbarazzo mi ha fatto pensare a quella definizione, una sorta di monito per le righe che sto scrivendo. Intendiamoci, il concerto è stato un successo, teatro tutto esaurito, pubblico caloroso – applausi anche per l’apertura di serata affidata a Carmine Dileo – e trascinato da una formazione strumentale che, oltre alla voce e alla chitarra del cantautore di Muswell Hill, schierava una chitarra ritmica (ma all’occorrenza anche solista), un basso, una tastiera, una batteria e un set di percussioni, queste forse superflue nell’economia del sound che ha connotato la serata.

Dei due album realizzati da Kiwanuka, la scaletta in questa occasione si è concentrata soprattutto sul più recente Love & Hate, a partire da una “One More Night” che ha segnato con passo coinvolgente l’atmosfera di avvio serata.

Brano dopo brano il talento dell’artista londinese, già testimoniato dai lavori in studio, si è confermato anche in questa dimensione live, offrendo una miscela musicale che da più parti è stata ricondotta a una serie di “padri nobili” che vanno da Van Morrison a Marvin Gaye, dai Pink Floyd ai Radiohead (questi ultimi anche solo per aver aperto il loro concerto a Monza la scorsa estate), per arrivare a Gil Scott-Heron, Bill Withers e Ben Harper. Una miscela di stili e di caratteri che può apparire perlomeno eclettica, ma che Kiwanuka riesce a metabolizzare con personalità, facendo della sua musica una reinvenzione continua di qualcosa che viene da un passato nutrito di mille ascolti diversi, da mille e una fonte che è ora soul, ora rock, ora psichedelia, ora blues. Un’attitudine che mi ha ricordato – dal punto di vista strettamente musicale – l’eclettismo stilistico di Lenny Kravitz, specie in brani distesi sulle corde di una chitarra al tempo stesso morbida e ruvida come “The Final Frame”.

Scarti stilistici si sono susseguiti senza soluzione di continuità nel corso della serata, trascinando il pubblico in un crescendo coinvolgente che ha trovato il suo apice – tra battiti di mani e ritmica di chitarra wah wah – nei quasi dieci minuti della canzone-manifesto "Black Man in a White World". Un clima che si è snodato tra accenni di canto e di ballo, il cui trasporto – appena mitigato dall’ottocentesca cornice del Regio – è stato ribadito anche nei brani finali tra i quali ha trovato spazio il ritornello-tormentone della title track “Love & Hate”.

In sintesi si è trattato di un bel concerto, godibile e ben suonato, che ha saputo trascinare un pubblico che ha forse trovato in Kiwanuka un nuovo, solido beniamino di quella scena musicale che si muove sul limitare tra mainstream e altri lidi non meglio identificati. Ma è appunto questa solidità, questa compiutezza che intride i brani di questo cantante che mi hanno lasciato un poco perplesso. Certo, la presenza di un produttore come Danger Mouse ha in qualche modo segnato il clima di Love & Hate e del live che ne è derivato, ma la sensazione che mi è rimasta è che questo artista sia, già solo al secondo album, troppo maturo, troppo immediato, troppo completo per avere ancora orizzonti di vera originalità. Comunque, pronto a essere smentito e visto il parere del pubblico e di buona parte degli addetti ai lavori, rimango con il dubbio che, ritornando al titolo del libro di Lester Bangs, questa recensione sia davvero “impubblicabile”.

Michael Kiwanuka al Barezzi Festival di Parma

 

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