Il violoncello di ghiaccio di Sollima

Il (rischioso) transito del violoncello di ghiaccio di Giovanni Sollima a Roma, con il progetto N-ICE CELLO

Giovanni Sollima - N-ICE CELLO
Foto di Pino Ninfa
Recensione
oltre
Terme di Diocleziano, Roma
Giovanni Sollima - N-ICE CELLO
03 Febbraio 2018

Dal Trentino alla Sicilia, il percorso del violoncello di ghiaccio di Giovanni Sollima con il progetto N-ICE CELLO.

Una imprevista e improvvisa rottura del sistema di refrigerazione della calotta nella quale Giovanni Sollima doveva suonare il suo strumento di ghiaccio ha rischiato di mandare all’aria il concerto della tappa romana del viaggio dalle Alpi Trentine al Golfo di Palermo del progetto N-ICE CELLO, ma grazie all’esperienza dell’originale liutaio Tim Linhart, e a volenterosi aiutanti, lo strumento non si è liquefatto e il violoncellista ha potuto suonare per circa un’ora nella Aula Ottagonale delle Terme di Diocleziano, tornata per un pomeriggio alla sua ipotetica funzione di frigidarium.

Se quattro collaboratori del progetto non si fossero disposti vicino a Sollima durante tutta la performance, agitando attorno allo strumento colini pieni di ghiaccio secco per abbassare la temperatura dell’aria circostante e impedirne lo scioglimento, probabilmente l’artista non avrebbe potuto intonare le proprie composizioni “Terra acqua”, “Hell I” e “Terra aria”, oltre al “Preludio” dalla prima suite per violoncello di Bach e musiche di altri autori.

Vedere muoversi continuamente i colini colorati dai quali scendevano gelidi vapori attorno alla tavola armonica e lungo i fianchi dello strumento non ha minimamente deconcentrato il violoncellista, ed ha creato un effetto scenico inaspettato e piuttosto suggestivo. Il fascino vitreo dell’ice-cello illuminato dal basso con colori cangianti era accresciuto da questa sorta di microdanza che sembrava un rituale teso a scongiurarne lo scioglimento.

Allo stesso tempo l’instabilità termica aumentava i problemi di accordatura e così mentre Sollima ricercava la giusta tensione delle corde fra un brano e l’altro, Corrado Bungaro, ideatore del progetto sviluppato da Naturalmente Arteventi, oltre a ricapitolare i significati simbolici dell’operazione, ha raccontato alcuni aneddoti relativi all’impresa, come quella della esperienza iniziale nel Museo delle Scienze di Trento, partner del progetto, e quella del non facile trasferimento a Venezia nell'Abbazia di San Giorgio Maggiore, accolto con curiosità e divertimento dalla comunità dei suoi monaci.

La destinazione finale dello strumento effimero è Palermo, che sarà raggiunta via nave da Napoli, dove prima di dissolversi nelle acque del Mediterraneo e ritornare allo stato originale, il violoncello di ghiaccio suonerà assieme all'Orchestra Sinfonica Siciliana nel Teatro Politeama, il 9 e il 10 febbraio prossimi. Nell'occasione sarà eseguita anche una nuova composizione di Sollima creata per questo evento.

Soddisfatto del risultato, Tim Linhart ha commentato che grazie all’assottigliamento dello spessore del ghiaccio lo strumento forse ha suonato meglio che in precedenza, e che lo riparerà con la neve contenuta nel furgone refrigerato che lo trasporta da un capo all’altro dell’Italia. Lo “Stradivari dei ghiacciai”, come è stato ribattezzato, è di origine americana ma vive in Svezia e ha costruito due esemplari in un paio di settimane sul Presena; il secondo strumento probabilmente vi tornerà, perché potrà poi suonare nella sala da concerto, rigorosamente di neve e ghiaccio, che verrà edificata nel prossimo inverno nella zona del Passo del Tonale, insieme ad altri strumenti fatti della stessa materia. 

Giovanni Sollima ha descritto a caldo, si fa per dire, alcune delle numerose sensazioni provate mentre suonava lo strumento dal corpo di ghiaccio che gli dava la sensazione di guidare non una macchina come il suo Ruggeri del 1679, ma una astronave, perché vuol dire ricordarsi di come si suona un violoncello e allo stesso tempo inventare sul momento come farlo suonare. Sta ancora elaborando questa esperienza, diversa da un primo assaggio di dieci anni fa, e sente che l’ice-cello è uno strumento che vuole cantare qualcosa di segreto, perché il suo suono cangiante in certe altezze e in certe zone timbriche ha qualcosa di ancestrale e siderale, forse per via delle vibrazioni che viaggiano nell’aria dopo aver attraversato l’acqua raggelata.

La presenza di un tamburo sciamanico nell’organico del concerto che ha appena terminato per la tappa conclusiva di questa avventura risponde alla ricca simbologia di questa sorta di totem glaciale, e nel sovvertire la struttura del concerto classico così come è stato per l’organologia del violoncello, affioreranno frammenti di canto popolare che rappresentano la tradizione, superficie della memoria del passato.

Il progetto prevede anche la realizzazione di un documentario del lungo viaggio del fragile strumento, e avventure e rischi di questa impresa servono a farci riflettere sulle conseguenze e ripercussioni sociali, economiche e umanitarie provocate dai cambiamenti climatici e dalle crisi idriche.

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