Il cosmo di Schubert e l’Orchestra di Padova e del Veneto

Un percorso nell'opera del compositore al 4Franz Festival

Recensione
classica

Il 4Franz Festival non poteva che concludersi con l’esecuzione della Grande, l'ottava e ultima sinfonia di Schubert. Abituati sin dallo scorso anno a seguire l’opera sinfonica di Beethoven attraverso l’innovativa predisposizione numerica proposta dalla particolare lettura del M. Marco Angius, l’abilità con i numeri del direttore pervade anche l’impianto esecutivo del 4Franz Festival. Non tanto nello stabilire se includere o meno il lavoro di ricostruzione e strumentazione degli abbozzi del compositore ad opera di Weingartner, rivestendo il ruolo della Settima in alcune classificazioni, quanto nell’accoppiamento numerico che ha animato le tappe della rassegna musicale.

A cominciare dall’Incompiuta, divenuta ovviamente la Sinfonia numero sette, e all’aura di mistero che l’ha accompagnata alla sua manifestazione. Man mano che ci si addentrava nell’atmosfera dell’opera, si aveva la sensazione di essere avvolti da elementi quasi stranianti, apparentemente nuovi pur nella piena riconoscibilità delle figurazioni che la compongono. Come se qualcosa nel lento incedere che caratterizza l’avvio del primo movimento, o nella concentrazione delle sospensioni temporali, riuscisse a compromettere la rassicurante figura di uno Schubert tormentato più nella vita che nell’opera. Così gli improvvisi contrasti dinamici, il carattere delle esplosioni timbriche – ora divenute sensibilmente più crude – e una rinnovata concezione del silenzio minano la figura disincantata del compositore, proiettata più al futuro che nel passato.

Non potendo riversare l’intera responsabilità nella perturbazione che ha costretto la produzione a spostarsi dal giardino di Palazzo Zuckermann - dove si svolgeranno i concerti degli appuntamenti successivi – all’interno dell’Auditorium Pollini di Padova, nemmeno il brio dei Drei Stücke, presentati in prima italiana nell’arrangiamento orchestrale di Richard Dünser, è riuscito a risollevare l’entusiasmo di un pubblico evidentemente colpito per la natura degli interrogativi sollevati al passaggio di questa Incompiuta. Dubbi dissolti ben presto nella curiosità più viva, a giudicare dalla notevole partecipazione che ha caratterizzato il Festival ad ogni suo appuntamento.

Così la rassegna prosegue con le prime opere sinfoniche, dove il clima della Prima e della Terza si avvia su contrasti decisamente più netti, mossi all’interno della stessa tonalità d’impianto e avvicinati da una pressoché identica struttura formale: in entrambe, infatti, la presenza dell’Allegro nel primo movimento viene annunciata da un’introduzione più distesa, l’innocente spensieratezza di un Allegretto al secondo tempo si rivela capace di volgere anche in toni pervasi di una malinconia a tratti addolorata - è il caso della Prima - per passare al fuoco di un Presto avviato dall’euforia del Minuetto.

Giunta fugacemente all’orecchio durante l’intervallo, strappa un leggero sorriso la voce che mette in guardia il vicino di posto sulla presunta somiglianza della Quinta con lo stile di Mozart. Così l’ignara signora avverte il riuscitissimo omaggio, tacitamente espresso sin nella scelta dell’organico della Sinfonia in sol minore k 550, rivelato poi sorprendentemente nell’eleganza del Minuetto. Non uno sterile esercizio di stile, come è pronto a dichiarare l’ultimo movimento, bensì il fecondo incontro tra gli elementi musicali di Schubert e la raffinatezza di un Mozart, ormai sempre più lontano benché vivo nel ricordo più intimo.

Così la Sesta si accosta istintivamente per lo spiccato carattere teatrale che questa musica è capace di rivelare. Più che con un Allegro, la sinfonia risuona come l’Overture di un’opera, data la propensione dei temi ad avvicendarsi uno dopo l’altro per potersi virtualmente sviluppare nella voce di un cantante. Così dalla frenesia ritmica dei movimenti successivi si staglia, tra tutte, la figura di Rossini. Sono tutte caratteristiche che si colgono dalla qualità dell’esecuzione dell’Orchestra di Padova e del Veneto, come se i suoni sprigionati suggerissero continuamente le loro intenzioni al pubblico presente: tutto sembra essere talmente chiaro da lasciare stupefatti.

Raccolte in un ordine così apparentemente strampalato, le singole tappe del 4Franz Festival evidenziano forse ancor più marcatamente l’evoluzione del percorso compositivo di Schubert fino alla sua ultima sinfonia, la Grande, eseguita al Castello Carrarese per accogliere la spettacolare proiezione di immagini dell’Universo e dei pianeti in occasione dei 250 anni dell’Osservatorio Astronomico di Padova. Un percorso che si avvia ora ora nell’inquieto incedere del corno in apertura d’opera, per evolversi all’intricata conduzione di temi attraverso esuberanti passaggi armonici. Il gesto evidenza la feconda discorsività del materiale musicale, da un lato, la necessità di spingere fino all’esasperazione la concezione formale, dall’altra. Diventa così difficile tradurre a parole le sensazioni derivate da una simile esperienza d’ascolto, laddove la lettura e l’esecuzione di un’Orchestra in stato di grazia hanno potuto elevare la natura profetica di un simile capolavoro.

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