I corpi senz'anima di Pelléas et Mélisande

L'opera di Debussy alla Komische Oper di Berlino
 

Pelleas et Melisande Komische Oper
Foto di Monika Rittershaus
Recensione
classica
Komische Oper, Berlino
Pelléas et Mélisande
21 Ottobre 2017

Sulla scena, oltre il finto proscenio dipinto con le volute di un finto sipario, c’è un teatrino con quinte nere concentriche e un pavimento a sezioni rotanti che portanto in portano alla vista degli spettatori e quindi allontanano i corpi degli attori del dramma. È questa scena spoglia e limpidamente meccanica quella che Barrie Kosky ha voluto per questo suo nuovo Pelléas et Mélisande al debutto nella “sua” Komische Oper, stilisticamente agli antipodi dell’opulenza iconografica e affabulatoria dei “Meistersinger” visti la scorsa estate a Bayreuth. Lontanissimo dal decorativismo floreale del passato ma anche dagli psicologismi borghesi di più moderne regie (come Guth a Francofotre o più di recente Warlikowski alla Ruhrtriennale), il Pelléas di Kosky fa piuttosto pensare a un virtuosistico esercizio di tecnica teatrale condotto lungo il filo del dramma di Maeterlinck, scientificamente scomposto in una sequenza di frammenti drammatici senza necessariamente una consecutio.

Una rappresentazione di corpi che il metodo straniante svuota di anima e di volontà: raramente gli sguardi si incrociano, l’empatia è quasi completamente assente, domina il solipsismo. Nemmeno la tragedia sembra riuscire divellere quell’assenza di legami. L’approccio è radicale ma intrigante nell’assenza quasi totale di un giudizio sui personaggi (anche se quella sorta di suggerito martirio sessuale sanguinolento di Mélisande, prima ancora che di Pelléas, fatto resuscitare nel quadro finale, sembra indicare chiaramente nella donna la vittima sacrificale) e comunque non del tutto estraneo a quell’indefinitezza del linguaggio teatrale di Maeterlinck che trova eco in uno sviluppo musicale sostanzialmente privo di punti di equilibrio.

Regia decisamente forte ma realizzazione musicale di ottimo livello guidata dal giovane Jordan de Souza, che riesce a dosare efficacemente la tensione drammatica nelle tre ore dello spettacolo (soprattutto nella seconda parte) e ottiene dall’orchestra un suono ricco di trasparenze e sfumature, come vuole Debussy. Un risultato niente affatto scontato per un teatro che visita quel repertorio molto di rado e che comunque anche nel cast vocale riserva più di una sorpresa positiva, soprattutto per le ottime prove di Nadja Mchantaf come Mélisande e Günter Papendell come Golaud, mentre qualche impaccio si nota nel Pelléas di Jonathan McGovern. Jens Larsen come Arkel e Nadine Weissmann come Geneviève se la cavano con rodato professionismo e invece una buona sorpresa viene dal sicuro Yniold di David Wittich del Tölzer Knabenchor.

Sala gremita, caldi applausi.

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