Chi siamo? Dove andiamo?

World music e musica tradizionale dal Premio Loano al Premio Parodi

Recensione
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“Non sono l’uno per cento, ma credetemi esistono”: sono i festival e gli operatori culturali che in Italia si occupano di world music, folk, e di quel complesso calderone di musiche “di tradizione” – etichette difficili e spesso vaghe, ma che definiscono musiche ben vive e reali.
Portano avanti un’idea, spesso con testardaggine e per vie tortuose – le vie che sono possibili in un momento di generale “ripensamento” (diciamo così) delle politiche culturali del nostro paese. Ci sono, e a quanto pare sono – cosa buona e giusta – in piena riflessione sulla propria identità.

Un paio di settimane fa ero a Loano per il Premio Nazionale Città di Loano, che dalla consueta collocazione di luglio ha traslocato a settembre, dopo dieci anni di incredibile lavoro di promozione sulle “musiche tradizionali italiane”. Fuori dall’alta stagione della riviera, dal pubblico dei villeggianti di passaggio, il Premio cerca ora nuove idee e soluzioni. C’erano concerti e incontri: Riccardo Tesi e Banditaliana, vincitori del premio assegnato da una giuria di giornalisti, l’OrchestraBottoni, Lou Dalfin (Premio realtà culturale), Elva Lutza, il monumento vivente Luigi Lai (Premio alla carriera)… C’era pubblico: fidelizzato negli anni, interessato, attento, e non lì per caso. E c’erano operatori, colleghi, organizzatori di festival, che la Compagnia dei Curiosi – l’anima del Loano: di professione fanno quello che promettono nel nome – ha messo intorno a un tavolo a discutere di futuro, politiche culturali, soluzioni, finanziamenti. Una bella iniziativa, una di quelle situazioni da cui si esce rintronati di idee e stimoli, e – una volta tanto – invogliati a continuare sulla propria strada nonostante tutto, nonostante la crisi e le difficoltà.

Salto in avanti di un paio di settimane: ci si ritrova, con molti dei colleghi incontrati a Loano, al Premio Andrea Parodi di Cagliari. La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Parodi con la direzione artistica di Elena Ledda, è all’ottava edizione. Ogni anno seleziona dieci brani fra i moltissimi che arrivano all’ascolto della commissione, e invita gli artisti scelti a interpretarli in tre sere davanti a una folta giuria di musicisti, critici e operatori. È una curiosa coincidenza che il Premio abbia deciso, per questa edizione, di promuovere un dibattito sul proprio oggetto di attenzione: la world music. Non tanto per fare, o per mettere insieme qualche evento collaterale con cui rimpolpare un programma già ricco, ma per genuino interesse a discutere di un’etichetta che, per la sua storia e le sue connotazioni, deve essere apparsa agli organizzatori vaga e sfuggente. Soprattutto, difficile da usare nella pratica quotidiana di un premio che deve prendere decisioni estetiche, valutare brani e artisti, mettere a confronto proposte e musiche lontanissime l’una dall’altra, e selezionarle.

Con ospite d’eccellenza l’Università di Cagliari, e padrone di casa Ignazio Macchiarella, la tavola rotonda si è sviluppata a partire da quattro interventi (il mio, quello di Mario Incudine, di Andrea Del Favero di Folkest e di Marco Lutzu, etnomusicologo). Anche qui, moltissime domande, moltissime questioni sollevate. Con – dovendo azzardare delle conclusioni – una sola risposta possibile: la necessità di superare un modo vecchio di pensare, quel residuo romantico dell’idea di “tradizione”, per abbracciare un uso quanto più etico e consapevole delle etichette con cui parliamo di musica. Dove il “mondo” della “world music” non è esotismo e contaminazione, o rivendicazione di identità locali, ma consapevolezza dell’altro, ascolto, pluralità di prospettive.

Dunque, i due maggiori premi italiani dedicati a questo tipo di musiche si interrogano, a distanza di poche settimane, sulla loro natura – in modo diverso, ma non troppo. L’indizio di una crisi di identità del settore? Forse. Ma un po’ di riflessione su quello che si fa, e su come si può fare a farlo meglio, non può che aiutare. E alla fine vince la consapevolezza che le crisi di identità non si superano ignorando i propri problemi e le proprie contraddizioni, ma mettendole sul tavolo. E facendo sedere intorno a quel tavolo chi, con quelle contraddizioni, lavora e media ogni giorno.

Rimane da dire del Premio vero e proprio. Nove i concorrenti, ognuno con un brano in gara – ma nel corso delle tre sere ognuno ha modo di far sentire un altro brano dal proprio repertorio e una cover dal repertorio di Andrea Parodi: decisivi, questi ultimi, per valutare la consistenza del progetto, smascherare debolezze o scoprire punti di forza. Nelle ultime edizioni (con le vittorie di Elva Lutza, Elsa Martin, Unavantaluna e Flo) i favoriti erano apparsi chiari fin dalla prima sera. Quest’anno, ancora poco prima della proclamazione dei vincitori, la giuria si guardava interrogativa, azzardava scommesse e – in sostanza – mostrava di non avere la minima idea di chi potesse emergere dal mucchio.

Alla fine, il Premio assoluto (assegnato da una giuria tecnica di musicisti e organizzatori di festival) è andato all’Ensemble dell’organettista Giuliano Gabriele per la canzone “Lettera dalla Francia”, in dialetto ciociaro, ed è stata una vittoria meritata. Un ruolo ha avuto sicuramente, nella decisione finale, la buona cover di “Mamoiada” proposta la sera prima (in una sorta di “audizione privata” per la sola giuria, dato che l’allerta meteo ha costretto a annullare l’evento). Soprattutto, si è voluto premiare un progetto che è apparso solido e maturo, nonostante la giovane età dei componenti del gruppo. Per la natura stessa della sua selezione, il Parodi attrae anche artisti di minor esperienza sul palco, o gruppi messi insieme per l’occasione: non è questo il caso di Gabriele. L’augurio è che il Premio lo aiuti a andare avanti “nonostante tutte le difficoltà nel farlo”, come ha ricordato lui stesso nel ricevere il premio: se oserà di più in futuro, magari smarcandosi da quel vago retrogusto dello stile di Ambrogio Sparagna, e troverà una voce più sua, il progetto è già pronto per girare di più e meglio di quanto abbia fatto finora.



Il premio della critica è andato invece a Marina Mulopulos, bella voce greca trapiantata fra la Toscana e Napoli. Ancora, niente di incredibilmente innovativo, ma la forza di una buona canzone, ben costruita, ben suonata e ben interpretata.

A testimonianza di come tutto si sia giocato per pochi voti, a Davide Casu, cantautore algherese dal bel timbro, sono andati i riconoscimenti per la miglior musica e il miglior testo, per la sua “Sant’Eulalia”, intimista e sognante (molto “canzone d’autore” e poco “world”, se si esclude il testo in algherese, ma questa è una cifra tipica del premio negli ultimi anni). Altri premi ai due fratelli siciliani Corimè (miglior arrangiamento e miglior interpretazione) per la loro “progressiva” “La scelta”, e all’energica sarda Claudia Aru (miglior interpretazione, a pari merito con Corimé) per “Fogu”.



E ancora, il premio assegnato dai concorrenti – a testimonianza del bel clima che si crea nel retropalco – è andato ex aequo a Giuliano Gabriele e Corimè, mentre il premio dei bambini in sala ai campani Calatia, autori di una performance davvero potente.

Rimangono, non premiati, da citare gli Alarc’h – interessante fusion calabro-celtica; Valeria Tron, con un bel testo in patois; Koralira, con una buona canzone chitarra e voce, in calabrese. E, naturalmente, gli ospiti: l’organettista Totore Chessa, che ha ricevuto il Premio Albo d’Oro e aperto la prima serata; Flo, la vincitrice dell’anno scorso (da tenere d’occhio per i prossimi anni); i Tazenda; Mario Incudine, che ha incantato con due brani in solo: un omaggio a Domenico Modugno e un cunto sulla tragedia di Marcinelle; la canadese (argentina d’origine) Alejandra Ribera, grande voce e grande carisma (il suo ultimo album si chiama La boca). Molti impegnati (anche con Elena Ledda, Silvano Lobina, Andrea Ruggeri e Gianluca Dessì, Pippo Kaballà) nella "tradizionale" (ormai...) jam session finale.



L'appuntamento è per il prossimo (i prossimi) anni: probabilmente non avremo ancora capito chi siamo e dove andiamo, ma almeno la musica e la compagnia sono buone.

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