Bychkov ritorna ai russi

A Madrid con l'Orchestra Nazionale di Spagna

Orchestra nazionale di Spagna, Semyon Bychkov, Madrid
Foto di Rafa Martín
Recensione
classica
Madrid, Auditorio Nacional de Música
OCNE - Semyon Bychkov
01 Ottobre 2017

L’esplorazione del repertorio del secondo Ottocento condotta da Semyon Bychkov negli ultimi anni con memorabili interpretazioni delle opere sinfoniche di Brahms, Mahler, Strauss, Franz Schmidt, delle opere di Wagner e del Requiem di Verdi, è arrivata a Čajkovskij, con una sorta di ritorno alle origini, per un direttore sì cosmopolita, ma formatosi a S. Pietroburgo alla illustre scuola di Il'ja Musin, il maestro di direzione del Conservatorio che ha formato tra i tanti anche Temirkanov e Gergiev. Il progetto Čajkovskij, preannunciato nel 2015 dalla produzione londinese dell’Eugenio Onegin, si concluderà nel 2020 e prevede, oltre a concerti in tutto il mondo, la registrazione di tutte le sinfonie e i poemi sinfonici più i tre concerti per pianoforte. 

Ospite la settimana scorsa dell’Orchestra Nazionale di Spagna, Bychkov ha quindi proposto un concerto di musiche russe il cui piatto forte era la Prima Sinfonia di Čajkovskij, accompagnata dal Concerto per pianoforte e tromba di Šostakovič e dalla rarissima ouverture Oresteia di Taneev, un vero e proprio poema sinfonico dai temi dell’opera. Purtroppo, pare per mancanza di prove sufficienti, quest’ultimo pezzo è stato rimosso dal programma per scelta del direttore, che ha preferito concentrarsi sugli altri due pezzi, comunque impegnativi e consistenti. Il risultato è stato entusiasmante, confermando la statura di interprete di Bychkov, uno dei massimi direttori dei nostri giorni, e la qualità dell’orchestra spagnola, distintasi per il calore e la pienezza del suono, in particolare, degli eccellenti fiati. La disinvoltura con cui le tante difficoltà delle due partiture si sono accomodate va ascritta in primo luogo all’impostazione di Bychkov, direttore che mette al primo posto il discorso sinfonico invece dei colpi ad effetto o la patina sonora, e che interiorizza tutti i passaggi della partitura, dando ai brani quella continuità espressiva che permette alle piccole imprecisioni dell’esecuzione di passare inosservate e dà ai musicisti agevolezza nel fraseggio. 

OCNE
Foto di Rafa Martín

C’era da chiedersi come avrebbe affrontato il Concerto di Šostakovič, che è opera novecentesca in tutto e per tutto, e quindi tendente alla frammentazione del discorso e alla parodia: ebbene, ci si è resi conto che non sono tanto il sarcasmo beffardo e l’amarezza gli ingredienti di quest’opera giovanile, che si ascolta spesso in esecuzioni estremizzate e centrifughe, proiettando all’indietro il vuoto disperato degli anni della maturità del compositore, ma piuttosto l’umorismo che tiene a bada una malinconia romantico-adolescenziale e una tendenza al gioco eclettico, espressione di giovanile esuberanza creativa, più che di nichilismo esistenziale, non poi così distante da quello del primo Britten. Un’altra cosa che si è notata è quanto poco il pianoforte, che pure non sta fermo un secondo, si riveli protagonista e si manifesti in questo concerto, a differenza della tromba che con quattro note lapidarie collocate nei momenti cruciali riesce invece a imprimere nella nostra memoria il carattere dei diversi movimenti. In questo si può vedere un riflesso del carattere riservatissimo del compositore, fattosi poi ancora più sospettoso e criptico per le pressioni della politica: il pianoforte balza in primo piano solo nel finale dove tutto è una mascherata, ma per il resto il tono di fondo, nonostante il virtuosismo e la brillantezza della scrittura, resta introverso ed evasivo.

Bravi i due solisti: il pianista francese Bertrand Chamayou, che nonostante alcune pesantezze nel primo movimento ha poi trovato la leggerezza e il suono agrodolce giusto per il resto dell’opera, e Manuel Blanco, sensazionale prima tromba dell’orchestra ormai avviato a carriera da solista, che ha concesso ben tre bis con il pianista, un po’ per compensare l’assenza dell’ouverture, ma anche per promuovere il suo disco appena uscito per la Decca e in vendita nel foyer dell’Auditorium.

Dopo una prima parte così promettente fu strano notare come buona parte del pubblico se ne fosse andata nell’intervallo (qui occorre aggiungere un errata corrige per il post precedente: la sala dell’auditorio di Madrid, seppur molto grande non ha 3000, bensì 2300 posti; 3000 sono i posti totali dell’auditorio contando anche la “piccola” sala da camera da 700 posti). Evidentemente la Prima di Čajkovskij non è sinfonia tenuta in grande considerazione dal pubblico delle matinée domenicali. Peccato perché non solo l’esecuzione è stata indimenticabile, ma la sinfonia stessa meriterebbe di essere eseguita più spesso così da lasciare un po’ a riposo le ultime tre. La musica riflette chiaramente i modelli Beethoven, Schumann e Mendelssohn, riferimenti sinfonici di Anton Rubinstein, maestro di Čajkovskij; l’eleganza della strumentazione, però, è già del compositore maturo, così come la sovrabbondanza di controcanti alle melodie principali, e gli episodi che appaiono a  stemperare gli slanci eroici, di prammatica nel genere sinfonico post-beethoveniano, la cui grazia ballettistica dà voce all’anima autentica di Čajkovskij. Il movimento più riuscito è senza dubbio il secondo e l’apparizione del tema popolare ai corni dopo una magistrale preparazione è stato l’apice dell’intero concerto. Più scolastico è lo Scherzo, un calco dal Mendelssohn fatato e leggero, anche se il valzer del Trio riesce a riscattarlo. Pur dotato di belle idee musicali, il Finale formalmente è il più farraginoso dei quattro movimenti, per l’insistenza sui passaggi fugati e per riutilizzare, nel lanciare la coda conclusiva, lo stesso effetto di sospensione usato per guidare dallo sviluppo alla ripresa nel primo movimento. Molto bravo Bychkov, quindi, a sveltire quest’ultimo movimento, trasformandone la maestosità in vitalità liberatoria, quasi in una danza.

 

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