Buon compleanno, Lachenmann!

Francoforte festeggia gli 80 anni del compositore con un festival

Recensione
classica
Per un compleanno importante gli amici si prodigano per una festa come si deve. Il compleanno è quello di Helmut Lachenmann, che il 27 novembre ha festeggiato 80 anni, e gli amici sono quelli dell’Ensemble Modern di Francoforte sul Meno, che da trent’anni diffondono il verbo della musica d’oggi in giro per il mondo e con Lachenmann vantano una lunga e fruttuosa collaborazione. La festa è il festival biennale “cresc…” che quest’anno è giunto alla terza edizione. Il ritratto di Lachenmann si aggiunge a quelli di Iannis Xenakis e di Bernd Alois Zimmermann nella ancor sguarnita galleria di ritratti di uno dei festival più giovani dedicati alla musica di oggi sulla scena europea, che da questa edizione si sdoppia, aggiungendo una linea tematica dedicata a musica e immagini e si allarga sul territorio arrivando alle città limitrofe di Wiesbaden, Darmstadt e Hanau.

“Immagini del suono” era l’azzeccato titolo della rassegna 2015 che, invertendo la gerarchia tradizionale della musica da film (ossia il suono delle immagini), riaffermava una sorta di primato del suono e rimandava a Lachenmann e alla sua “musica con immagini”, come recita il genere definito dal compositore per il suo, per ora, unico lavoro teatrale, “La piccola fiammiferaia”. Proprio questo lavoro aveva aperto in settembre i festeggiamenti per il compositore con un nuovo spettacolare allestimento all’Oper Frankfurt firmato da Benedikt von Peter e con l’intensa direzione di Erik Nielsen. In quell’occasione il pubblico francofortese aveva avuto la rara opportunità di vedere in scena l’imponente figura dello stesso Lachenmann, impegnato nella lettura, marcante, del testo di Leonardo da Vinci incastonato fra gli eterogenei materiali impiegati nel lavoro. Lettura spezzata, ritmata, priva di qualsiasi contenuto emotivo: “E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura … pervenni all'entrata d'una gran caverna; dinanzi alla quale … colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia … per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desidero: paura per la minacciante e scura spilonca, desidero per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa.” Paura e desiderio, proprio come i sentimenti che l’essere umano prova davanti alla morte in un’opera che di morte racconta (mentre invece la regia di von Peter insisteva piuttosto sul rapporto fra vittima, la fiammiferaia di Grimm, e carnefice, la società indifferente che la lascia morire di freddo). Lo ha raccontato lo stesso Lachenmann, come sempre molto generoso di aneddoti, durante l’incontro con il pubblico nel foyer dello Staatstheater di Wiesbaden nel giorno del suo compleanno, il 27 novembre. Le macerie del dopoguerra, il desiderio di diventare compositore, e poi la folgorazione a Darmstadt con Karlheinz Stockhausen e la dura scuola di Luigi Nono che gli aprono gli occhi sulle possibilità e la potenza eversiva del suono. Lachenmann non racconta cosa sia quel suono così come non racconta cosa sia per lui bellezza ma ancora si appassiona quando parla delle facili e illusorie convenzioni della tonalità. In fondo, la sua musica va vissuta e goduta attraverso l’esperienza dell’ascolto abbandonando ogni convenzione e incrostazione storica. L’omaggio in quattro concerti che “cresc …” gli dedica parte dai tre fondamentali quartetti, fra i pezzi più noti di Lachenmann: il “Gran torso”, “Reigen seliger Geister” (la Danza degli spiriti beati) e “Grido”, che ha già registrato nel titolo la formazione “ideale” dell’Arditti Quartett, con “musicisti e amici” dedicatari del pezzo che è presente alla festa (ma lo sforzo è condiviso con i quattro giovani musicisti del Daphnis Quartet). I tre lavori coprono un arco creativo di trent’anni durante i quali il compositore non cede sul piano della tradizione, ma esplora e, si direbbe, seziona gli strumenti con la complicità dei suoi esecutori per sperimentare sonorità estreme, ai limiti delle possibilità tecniche. Il culmine della festa si raggiunge nel concerto che segue a Wiesbaden, “Helmut Lachenmann 80”, con tre pezzi di più ampio respiro: il concerto per tuba “Harmonica”, una nuova versione in prima esecuzione assoluta (l’unica) di “Air” per grosso ensemble e “Schwankungen am Rand” per ottoni e archi. Il primo pezzo rimanda idealmente alla forma classica del concerto per solista ma denunciando già nella scelta della tuba solista (quella di Gérard Buquet) una elaborazione del tutto anticonvenzionale e lo stesso vale anche per “Air” in cui il dialogo è stabilito fra ensemble strumentale e percussioni, infinite e mutevoli, sotto il controllo della strabiliante Rumi Ogawa. Invece, “Schwankungen am Rand” è una dimostrazione plastica del concetto di “musique concrète instrumentale” – manifesto lachenmanniano dell’esplorazione dello spettro infinito da rumore a suono, da suono (altissimo) a soffio smaterializzato – esaltato dalla spazialità dei gruppi strumentali distribuiti nella grande sala del Kurhaus. Questo notevole esercizio di virtuosismo strumentale era realizzato da un plateau di interpreti piuttosto impegnativo che riuniva le forze della hr Sinfonieorchester e l’Ensemble Modern sotto la guida esperta e concentratissima di Brad Lubman.

Un senso di “giocosa serietà” univa i due pezzi del concerto matinée l’indomani, che vedeva di nuovo impegnati gli infaticabili strumentisti dell’Ensemble Modern in una brillante esecuzione della Serenata “Gran Partita” di Mozart (tanto per rispondere a chi pensa che quelli della contemporanea sappiano solo fare quello…) seguita da “Concertini”, che Lachenmann compose per il gruppo francofortese, diretto in questa occasione da Frank Ollu. Se come nella Serenata di Mozart i diversi movimenti di articolano a partire spunti tematici di estrema semplicità, della forma classica del concerto il pezzo di Lachenmann ha poco a dispetto del titolo: qualche momento solistico per chitarra, arpa, tuba pianoforte. Una volta di più Lachenmann spariglia il senso comune di generi e ruoli, impegnando i vari gruppi strumentali distribuiti nella sala in situazioni concertanti in competizione fra di loro.

L’ultimo appuntamento con Lachenmann era nell’ultimo concerto “Licht und Schatten” (Luce e ombra) nel quale le due linee tematiche di “cresc …” finalmente si incrociavano. In programma un insieme variegato di composizioni collegate (spesso blandamente) al cinema o piuttosto alle immagini in movimento. Apriva “Lichtspielszene” di Arnold Schönberg, pezzo dal vasto respiro sinfonico di accompagnamento a una scena cinematografica (ma concepita indipendentemente da uno specifico film), seguita da “Lux Aeterna” di György Ligeti divenuta celebre grazie a “2001: Odissea nello Spazio” e da un altro straordinario pezzo di Ligeti “Clocks and Clouds”. In “Klangschatten” di Lachenmann, per 48 archi e tre pianoforti, nuovamente la configurazione tradizionale del grande concerto veniva rovesciata nell’accompagnamento orchestrale fatto soprattutto di vuoti e di silenzi (le ombre del titolo) e nel trattamento estremo riservato ai pianoforti con suoni prodotti da corde pizzicate o percosse e le tastiere trattate come percussioni. Concludeva “simmetricamente” lo Schönberg espressionista dei cinque pezzi orchestrali del 1909. Anche per questo concerto la hr Sinfonieorchester, con i pianisti Robert Regös e il duo GrauSchumacher per Lachenmann, offriva una prova smagliante sotto la guida di Brad Lubman. Di grande spessore anche la prestazione del SWR Vokalensemble di Stoccarda impegnato in “Lux Aeterna”, restituita all’ascolto nella complessa ricchezza testurale con esemplare chiarezza. Lachenmann a parte, l’altra linea tematica del festival era fatta da un insieme piuttosto eterogeneo di proposte. L’evento di apertura del festival nella Sala grande dell’Alte Oper di Francoforte non era di certo una novità ma fa sempre piacere rivedere “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick soprattutto se accompagnato sontuosamente dal vivo da hr Sinfonieorchester e SWR Vokalensemble diretti dallo specialista Frank Strobel. Fra gli altri eventi (molti in contemporanea, impossibile seguirli tutti), l’interessante riproposizione del ciclo musicale privo delle consuete formule di genere composto da Johannes Kalitzke per “Die Weber” (I tessitori), pelicola muta di epoca weimariana diretta da Friedrich Zelnik dal drammone ad alta densità sociale di Gerhard Hauptmann, Chiudevano la rassegna, con un tocco di sperimentalismo un po’ consunto, le performance di Simon Steen-Andersen (“Black Box Music” con il percussionista Håkon Stene e “Run Time Error feat. EM” in prima assoluta) e Michael Beil (“sugar water”, anche in prima assoluta) in una serata per pochi al LAB di Francoforte. Se i numeri qualcosa significano, le 5000 presenze registrate quest’anno nei venti eventi di “cresc …” confermano il successo e l’interesse per una formula vitale che rompe il recinto accademico nel quale la musica d’oggi è molto spesso confinata. Complimenti dunque all’Ensemble Modern e ai partner dell’hr Sinfonieorchester e auguri anche a loro: cento di questi festival!

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