Brötzmann, la prima al Centro d'Arte

Memorabile concerto di Peter Brötzmann alla Sala dei Giganti del Liviano di Padova, con William Parker e Hamid Drake

 Peter Brötzmann / William Parker / Hamid Drake al Centro d'Arte di Padova
Foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency
Recensione
jazz
Sala dei Giganti del Liviano, Padova
Peter Brötzmann / William Parker / Hamid Drake
02 Febbraio 2018

Per quanto possa sembrare incredibile, nei cartelloni della pluridecennale storia del Centro D’Arte di Padova il nome di Peter Brötzmann non era mai comparso. L’occasione per accogliere il sassofonista tedesco nella sontuosa Sala dei Giganti del Liviano si è presentata finalmente all’apertura della nuova stagione 2018, nel trio “delle meraviglie” completato da William Parker al contrabbasso e Hamid Drake alla batteria.

Si tratta di musicisti con cui Brötzmann è in contatto da oltre 25 anni, dapprima nel quartetto Die Like A Dog con Toshinori Kondo alla tromba, poi a più riprese anche in trio, formazione che in un certo senso ha dato continuità a quel versante “nero” dell’esplorazione brötzmanniana, di cui l’indimenticabile trio con Fred Hopkins e Rashied Alì (andatevi a ripescare il disco Songlines) è stato una delle espressioni più indispensabili.

Un paziente ricondurre l’urlo del musicista tedesco verso le proprie origini e ispirazioni (Alber Ayler in primis), un dialogo a più strati in cui le due sponde dell’Atlantico si mandano richiami di danza e di nudo espressionismo emotivo. Così ci hanno abituato questi tre maestri, non a caso accolti a Padova da un pubblico numerosissimo e del tutto trasversale, che ha raccolto – in questo il lavoro del Centro D’Arte è davvero esemplare – sia i fan meno giovani, che un buon numero di ragazzi e ragazze, ai quali il nome di Brötzmann è arrivato negli ultimi anni come una specie di cult “sonico” che vale sempre la pena di sperimentare di persona.

È un Brötzmann ormai conciliato (a marzo gli anni saranno 77 per il maestro di Ramscheid) quello che azzanna il silenzio con il rombo del suo tenore. Non manca l’urlo, non manca lo sfinirsi in volute di suono, figurarsi! Ma con gli anni c’è più spazio per riconoscere l’aspetto formulaico della costruzione del suo flusso, il piacere di frasi liriche che sembrano provenire da una balera degli anni Trenta, l’ostinarsi ormai affinatissimo ai margini dell’emissione.

Se a questo mood risponde per affinità quello di un William Parker un po’ affaticato, ma sempre solido nel muovere i piani inferiori dell’edificio musicale, il drumming pirotecnico di Hamid Drake prende ovviamente il sopravvento. Batterista tra i più stellari che l’intera storia del jazz abbia mai contemplato, Drake si è trovato a Padova nella faustiana situazione di dovere da un lato aumentare i giri della propulsione, dall’altro correndo il rischio – evitato dalla nota umanità del suo fare musica, ma rimasto sempre minacciosamente sottotraccia – di prendersi tutta la scena.

Brotzmann al Centro d'Arte di Padova
Foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency

In questo quadro, i momenti più “delicati” (quelli con Brötzmann al tarogato o con Drake al frame drum), di sapore melismatico e materico, hanno, nemmeno troppo paradossalmente, fornito un segno tagliente e calibratissimo di musicalità collettiva, alimentata sì dalla evidente e rodata affinità, ma anche da un poetico ricondurre le storiche intemperanze a una dimensione più intima.

Gli applausi entusiasti del pubblico padovano valgono un breve e intenso fuori programma, prima che la notte umida spenga nelle orecchie di chi torna a casa le profonde vibrazioni che i tre maestri hanno evocato in questo ennesimo, chiaroscurale, rito. 

Adesso sotto a Otomo Yoshihide e agli altri in programma nel magnifico cartellone.

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