Bergamo Jazz 3 | Da Chicago alla Francia

Ultimo giorno per il festival, con il quartetto di Russ Johnson e Ken Vandermark, e il duo Portal-Peirani

Recensione
jazz
Ultimo giorno di festival a Bergamo. Ancora pioggia, ancora vento. E temperature in picchiata. In fila in piazza della Libertà, dopo aver schivato frotte di turisti occasionali spinti fuori casa dalle giornate del Fai, c'è di che stringersi nel cappotto e battere i denti. Per fortuna il cartellone offre un tonico corroborante: direttamente da Chicago, Illinois, il quartetto di Russ Johnson (che in realtà è newyorchese) e Ken Vandermark, completato da Fred Lonberg-Holm al violoncello e Tim Daisy alla batteria. L'attacco, a dire il vero, non scalda subito le ossa. Vandermark, da sempre fanatico cultore del Jimmy Giuffre di Free Fall, si lancia in un solo di clarinetto che buca i timpani a forza di sovracuti. Mentre un paio di signore si tappano le orecchie sghignazzando, nasce il sospetto che i quattro la butteranno sul camerismo allucinato. Grazie a Dio è una falsa partenza: al secondo brano l'esibizione decolla. Una fantastica accelerazione alla maniera di Chicago fa sobbalzare sulle poltrone anche i più appesantiti dal pranzo domenicale. È arrivato il momento di fare sul serio. Johnson dimostra di avere fiato e numeri con un paio di sortite incendiarie (siamo dalle parti di Herb Robertson e Paul Smoker); Vandermark raccatta il tenore e, alla quarta composizione in scaletta, butta lì un solo leggendario. Con furore ayleriano e lucidità rollinsiana, cavalca i riff del violoncello distorto di Lonberg-Holm e il martellante quattro quarti scandito da Daisy. Impressionante, al di là del suono e della lucidità, l'implacabile senso delle strutture, il controllo assoluto dello sviluppo. Urla, ovazioni, applausi strameritati. Il ghiaccio è rotto. Pubblico in visibilio, temperatura alle stelle. Il quartetto fila dritto come un accelerato e non deraglia nemmeno quando l'atmosfera si fa più rarefatta e i brani (soprattutto i due a firma Lonberg-Holm, musicista che ha dentro gli spazi immensi del Midwest) svoltano verso il narrativo. Dopo Nate Wooley avevamo sbrigativamente assegnato l'oscar per il miglior concerto. Tocca rivedere i giudizi e optare per un ex aequo.

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Russ Johnson e Ken Vandermark (foto Gianfranco Rota)

Chiusura di rito al Donizetti, pieno all'inverosimile per la doppietta finale. Si comincia con il vecchio e il bambino, Michel Portal e Vincent Peirani: il primo glorioso veterano del jazz europeo, il secondo astro nascente della fisarmonica d'oltralpe. Il set è fascinoso fin dall'esordio, un tappetto cangiante di accordi disteso da Peirani sul quale Portal ricama volute e spirali con il clarinetto basso. Emozionante, non c'è che dire. Forse un tantino prevedibile nell'accostarsi a certa musica popolare da vineria di provincia (dribblando comunque i triti e fastidiosi cliché argentino-parigini), ma l'eleganza non si discute. Merito del venerato maestro, che al clarinetto ha pochi eguali in quanto a suono e controllo del respiro. E merito del giovane Peirani, molto meno stucchevole e molto più versatile del recente Galliano (che di Portal è stato spalla fissa per un bel pezzo). Chiusura affidata a “Dancers in Love” di Duke Ellington, riletta con genuina ironia. Il Donizetti gradisce e anche il Duca, probabilmente, avrebbe gradito. Sacrosanta la doppia razione di applausi.

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Portal e Peirani (foto Gianfranco Rota)

Applausi riservati anche alla band di Trilok Gurtu. Ma qui, francamente, si varcano le soglie dell'incomprensibile. Da anni il batterista-percussionista di origini indiane propina ai pubblici di mezzo mondo la sua indigesta e grossolana mescolanza di fusion, aromi new-age e spezie simil-etniche. Il fatto che ci sia ancora gente che si spella le mani e sgrana gli occhi, è uno dei più grandi misteri (non buffi) del jazz. Il festival, quello vero, è passato altrove. E anche quest'anno ha lasciato il segno.

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