Bergamo Jazz 1 | Formale e informale

Myra Melford e Joshua Redman: la rassegna diretta da Enrico Rava al via

Recensione
jazz
Passano da Bergamo le strade del jazz. In un panorama italiano che timidamente prova a scuotersi dal torpore (molto timidamente), il festival diretto da Enrico Rava - al timone da tre anni - è una delle poche certezze, uno dei pochi eventi. Merito delle scelte oculate, della capacità di sintonizzarsi sulle giuste frequenze, con un occhio al botteghino e l'altro alla qualità. Una gestione illuminata premiata da una crescente considerazione (il passaggio di Peter Evans, un anno fa, mise sotto il naso della critica uno dei più incredibili artisti in circolazione, spalancando al trombettista le scricchiolanti porte del Top Jazz) e dall'evidente fiducia che il pubblico nutre nei confronti delle proposte in cartellone.

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Myra Melford (foto Gianfranco Rota)

Proposte di livello assoluto anche per l'edizione numero trentasei. A partire dalla nuova creatura della pianista Myra Melford, il quintetto Snowy Egret, piatto forte del venerdì sera al Donizetti, il teatro lirico della città. Sul palco, a fianco della Melford, il batterista Ted Poor (rimpiazzo di Tyshawn Sorey, che di pelli e tamburi sarebbe il titolare), il bassista Stomu Takeishi, il trombettista Ron Miles e il chitarrista Liberty Ellman. Un drappello di fedelissimi per una musica molto più strutturata e cerebrale di quel che era lecito attendersi. Si capisce fin dalle prime battute che c'è meno cuore del solito. La vena poetico-narrativa della Melford cede il passo a spigoli e tensioni, che si nutrono soprattutto dei contrappunti cristallini della chitarra acustica di Ellman e delle telluriche accelerazioni del basso gommoso di Takeishi. Non è una rivoluzione copernicana, la continuità rispetto alle precedenti formazioni è più che evidente (soprattutto nelle linee melodiche della tromba caramellata di Ron Miles). Eppure è innegabile che il piglio è diverso, molto più caustico e aggressivo, introverso, dedalico. Sarà che Ellman e Takeishi sono la spina dorsale degli Zooid, ma vien da pensare a un Henry Threadgill “jazzato”. Questione di pelle, più che di sostanza. Siamo ben lontani dalle visionarie astrazioni del maestro di Chicago. Ma la consonanza è forte, persistente, alimentata dal rigore delle partiture. Il pubblico comunque non si fa intimorire. Piovono applausi (e i «bau!» molesti di un invasato qualche fila dietro). Un'ovazione meritata che per un paio di giovanotti sbadiglianti è una liberazione. Quando si rialza il sipario è il turno del quartetto di Joshua Redman.

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Joshua Redman Quartet (foto Gianfranco Rota)

Inappuntabile abito grigio, scarpe lucidissime, papillon verde alla Ron Carter: l'aria è decisamente cambiata. I piedi nudi e i pantaloni sbrindellati di Takeishi, il ciuffo ribelle di Poor e la gonnellina informale della Melford sono un ricordo lontanissimo. Largo ai professionisti del jazz: Redman al tenore, Aaron Goldberg al pianoforte, il mai meno che fantastico Reuben Rogers al contrabbasso e Greg Hutchinson alla batteria. Gente del mestiere, che di spiazzare o sorprendere non ha nessuna intenzione. Il copione è quello di sempre, solido e rodato. Mainstream di notevole fattura cucinato con assoluta maestria (e la giusta dose di ruffianeria). Due note di Redman e viene giù il teatro; una ballad spremuta di cuore (“Stardust”) e alle signore ingioiellate spunta la lacrimuccia; un solo di batteria e l'entusiasmo schizza alle stelle; “Let It Be” in versione gospel e la standing ovation finale è garantita. Due bis, ancora applausi, il sipario cala. Tutti a casa sotto una pioggia battente. L'avevano detto che il tempo sarebbe cambiato. Tutto come previsto: fuori e dentro il Donizetti. Per tranelli e imboscate toccherà rivolgersi a Nate Wooley, che del sabato bergamasco è la proposta più intrigante.

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