Babel Med 2 | Come suona Babel Med?

I concerti dei Docks des Suds, fra cliché globalisti, scoperte e conferme

Recensione
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L’apertura dei concerti di Babel Med 2017, all’insegna delle “musiques du monde” e della creazione ispirata, è stata affidata ad Alsarah and the Nubatones, appuntamento alle 20.15 alla salle Mirabeau. Alsarah è interprete, compositrice e etnomusicologa di origini sudanesi, esiliata prima nello Yemen e poi negli Stati Uniti. La sua voce è il risultato di un percorso itinerante, dall’Africa passando per la tradizione araba, fino agli Stati Uniti. Tante tradizioni sembrano essersi impresse in un’unica vocalità. È definita come la nuova regina del “retro-pop” nubiano, ma quello che ci conforta non è tanto l’etichetta quanto il fascino della sua ieratica presenza vocale e la pulizia degli arrangiamenti. Inizio promettente e incoraggiante.

A soli 15 minuti di distanza prende il via nella salle Cabaret, il più indefinibile e ispirato set di questa tredicesima edizione di Babel, quello di Paul Wamo. Arruolato nella scuderia marsigliese de La Clique Production, Wamo è un artista kanak (Nuova Caledonia) dell’oralità. Definito spesso uno slammer, la sua vocalità sembra abitata da un sentire millenario dove trovano spazio gli spiriti della natura, un’ecologia tutta autoctona e urbana al tempo stesso e un velato discorso antirazziale. Ne aveva proposto un assaggio nel corso della conferenza stampa di qualche settimana fa, e già ci era proprio piaciuto. La sua poesia, accompagnata da arrangiamenti garbati, su scena è magnetica. Paul Wamo cattura, senza ragione.

Una coppia franco-tedesca seduta al tavolo del restò ha pagato il biglietto per assistere a quella che lui, grafico appassionato di jazz, considera una performance imperdibile. Alle 21.15 nella richiestissima salle Mirabeau va in scena lo spettacolo delle armonie di Chassol, pianista originario della Martinica, compositore d’avanguardia e inventore di una sorta di nuovo récit etno-musicale in cui armonizza le melodie nascoste del reale. Spalle al pubblico e fronte al telo dove sono proiettate immagini d’archivio, Chassol vi dialoga trasformando qualsiasi fonte sonora in elemento di ispirazione compositiva: il canto degli uccelli caraibici, l’uomo che fischia. Ma quello che sbalordisce di più è la sua armonizzazione del parlato, scandito su ritmiche antillesi. Originale e d’impatto il suo concetto di Ultrascore, via via meno sorprendente, una volta capito il meccanismo. Scelta pertinente per la nuova mission del BabelMed.

La tredicesima edizione è infatti quella che ha ufficialmente accolto il jazz nella programmazione, incastonando, come atto di riconoscimento formale, il lemma “jazz” nel sottotitolo: “13o world music & jazz forum | Listen to the world”. È in questa rinnovata programmazione che trovano spazio anche il pianoforte dell’israeliano Shaï Maestro e del suo trio con il featuring della cantante bulgara Neli Andreeva. Shaï Maestro ha un tocco raffinato, il suo suono materico, il sound del trio è teso, la voce della Andreeva delicata e a tratti eterea. Assolutamente giustificata questa presenza in questa cornice allargata del BabelMed e un set che meritava proprio di essere ascoltato, meglio se da seduti.

E poi, sempre per restare alla prima serata, una performance tra lo straordinario e l’irritante prende forma ancora una volta nella Salle Mirabeau. Jowee Omicil è considerato il giovane prodigio del jazz-world dai sapori caraibici. Di origini haitiane, è un polistrumentista dotato di una straordinaria musicalità. Passa dal clarinetto al sassofono, dal flauto all’armonica. I suoi fraseggi sono eleganti, regali e nascondono abilmente, nelle trame di un jazz spirituale e suadente, la creolità della matrice sonora. Il fatto è che questo straordinario musicista lo si deve ascoltare su disco, perché l’ansia di entrare in contatto con il pubblico in nome di una sorta di comunione universale che lui chiama il "Bush", ha reso la sua performance musicale spiacevolmente interrotta da un vero e proprio delirio performativo. Peccato! Al netto della religione del Bush, grande musicalità, che da sola è un atto di comunione col pubblico, che non necessita di altro.

Il fatto è che più l’ora si fa tarda, più la programmazione avanza, più diventa difficile nascondere qualche perplessità sulla progressiva omogeneizzazione della proposta verso sonorità occidentali esplicite, o anche solo ammiccate. Le serate si trasformano, con un picco al sabato, in un affannoso tentativo di sfuggire alla band che sembra fare il verso talvolta al rock e al prog, talaltra alla psichedelia e al post-rock. Ma anche all’oudista travestito da guitar hero (vai alla voce franco algerina Speed Caravan), al gruppo vocale che rende omaggio, nel bis, agli Eagles (vedi anche i deludenti Vocal Sampling da Cuba).

In tema di world-fusion i greci Imam Baildi non si sono fatti mancare proprio niente: c’è la cantante tradizionale che intona melodie popolari greche anni Cinquanta sui fraseggi distorti di una chitarra elettrica, c’è l’ottone mariachi, l’elettro-funk, l’off-beat dell’elettronica, il cantante hip-hop accompagnato dal bouzouki e c’è l’immancabile rebetiko. Stemperati gli iniziali pregiudizi, niente male, tutto sommato, come set. Buona scelta per rappresentare la creatività della scena ateniese di questi ultimi anni.

Sempre alla voce world-fusion, ma nella sezione “intramontabili” c’è Rachid Taha, il veterano atteso a Babel, l’icona del rock elettro-orientale. Il mito lo ha preceduto. Lui la sintesi vivente del punk, del chaâbi, del raï, del rock francese, che si ispira tanto a Elvis che a Oum Kalthoum, si è conquistato da tempo uno scranno nel gotha della popular music mondiale accanto a Mike Jones e a Brian Eno. Qui al Babel non ha né deluso, né annoiato, tutt’altro.

Hawa Boussim in rappresentanza della world di matrice africana che non delude mai (vedi alla voce “classici”). Originaria del Burkina Faso, della provincia di Boulgou, si è fatta strada nei circuiti della world music prendendo posizione, con la sua musica, sulla condizione femminile. Una vera garanzia il suo set: il timbro vocale ethno-world e l’organico rock (batteria, basso, tastiere, chitarra elettrica) funzionano a perfezione. Niente è scontato, né banale. Quei classici che riconfortano sempre, in assenza di quel fuoco sacro necessario per una evoluzione significativa del genere.

Una menzione a parte meritano le compagini vocali ascoltate nelle prime due serate. Sempre delicata la loro posizione in situazioni dove i volumi vincono quasi sempre in materia di riscontro di pubblico. Eppure non ha deluso Ialma. Anche se non ha nemmeno brillato, il quartetto ispano-belga è stato meravigliosamente accompagnato, senza preavviso, da Didier Laloy, passionale virtuoso dell’organetto. Idem per gli storici A Filetta, icone della polifonia corsa, a Babel per festeggiare il loro quarantesimo anniversario di carriera. Un po’ senza infamia e senza lode la loro performance. Tanto mestiere e una lunga e incontestabile storia di canto polivocale e di tradizione che ogni tanto ha lasciato spazio a un po’ di stanchezza. Non impeccabili, purtroppo, forse proprio perché la perfezione era quello che un po’ ci si aspettava da loro. E per finire, palma d’oro, per quanto ci riguarda, ai francesi Uèi, quartetto vocale che in occitano vuol dire semplicemente “oggi”. Uèi rende omaggio con grande maestria al canto occitano eseguendo una elettro-polifonia tutta contemporanea, di “oggi”, appunto. Non c’è tanto da aggiungere quando la musica e la bravura dicono tutto. Ecco, loro sono stati questo, un quartetto vocale assolutamente convincente, bello da ascoltare e da vedere con questa forme solide un po’ scenografia un po’ percussione.

E per restare in tema di “maestria”, quattro segnalazioni in ordine crescente di gradimento: 1. la voce dalla potenza fenomenale della franco-canadese Betty Bonifassi, diva del soul, fiera di aver recuperato le “slave songs” dalle registrazioni di Lomax. Donna e cantante di grande carisma lei, più debole, invece, il set, un po’ troppo uguale a se stesso. 2. Ancora dalla scuderia de La Clique una delicatissima e potentissima cantante e violinista estone, Maarja Nuut, a Babel con Hendrik Kaljujärv all’elettronica. Diciamo che la nu-folk elettroacustica delle zone baltiche raramente delude. Possiedono una fonosfera lassù, che marca i progetti musicali in modo inconfondibile e l’elettronica sembra essere stata inventata per loro.

Agli antipodi, completamente, per geografia, cultura, sound, e tanto altro, 3. Juan Carmona & Ptit moh (chitarra e mandola) in un set esplosivo che ha messo insieme flamenco e chaâbi. Il loro è un vero e proprio virtuosismo d’insieme. La loro carica sgorga dalla perfezione ritmica delle sezioni: percussioni, corde e danza (non sempre impeccabile invece il “cante”). Il loro set è la materializzazione del duende e della passione. Grandiosi, travolgenti, nonostante una pessima amplificazione.

E finiamo, a proposito di maestria e perfezione d’insieme, con la banda, anzi 4. la BandaAdriatica, esibitasi in apertura alla terza serata, quella del sabato. Grande e meritatissimo successo per loro al festival marsigliese. L’ensemble salentino magistralmente diretto da Claudio Prima sembra aver messo d’accordo e convinto proprio tutti, musicisti, giornalisti, produttori e soprattutto il pubblico, davvero scatenato e divertito nella salle Mirabeau (dove sono stati programmati quasi tutti i pezzi migliori sul mercato, ora lo possiamo dire). Il set è stato impeccabile, il progetto musicale è solido, l’insieme tiene alla grande, musicalmente e scenicamente. Per restare nel linguaggio portuale, ottima merce da esportazione. Bravi! E bravi soprattutto per essere tra i pochissimi sulla scena world salentina (puntualmente presente al BabelMed) a curare - anche qui, con grande mestiere - gli arrangiamenti e il suono d’insieme.

Cosa ci siamo persi, nonostante la cura nell’organizzare strategicamente i transiti e qualche sosta conviviale ai tavolini? La capoverdiana Lura e i franco-reunionesi Pachibaba entrambi programmati nell’affollatissima e inaccessibile salle Mirabeau. L’hip-hop franco-colombiano di Rocca, ma non fa niente. L’applauditissima, pare, ma anche criticata Black String sud coreana nella salle Cabaret. E poco altro ancora, complice quel tram (il T2) che a poco più di mezzanotte chiudeva le corse e la nostra giornata al BabelMed.

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