Alla scoperta di Giorgetti

Roma: un compositore italiano dell'Ottocento patito della musica da camera

Recensione
classica
Discoteca di Stato Roma
15 Maggio 2017
Ferdinando Giorgetti: chi era costui? La maggiore enciclopedia musicale italiana gli dedica otto righe, con le sole notizie biografiche essenziali. Insomma un illustre Carneade, fino a ieri, ma adesso un po' meno. La Società Editrice di Musicologia infatti ha recentemente pubblicato un volume curato da Claudio Paradiso con contributi di vari studiosi e ora l'Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ex Discoteca di Stato) gli ha dedicato un concerto con la prima esecuzione integrale dei Sestetti con pianoforte, affidata al Quintetto Bottesini, che ne ha anche curato l'edizione critica, mettendo ordine nelle parti stampate nell'Ottocento da Ricordi, pullulanti di errori. Nato a Firenze nel 1796 e morto nel 1867, Giorgetti fu un eccellente violinista, finché una malattia lo costrinse ad abbandonare il concertismo, poi si dedicò alla composizione e all'insegnamento. Non accettava l'interesse pressoché esclusivo per l'opera dei compositori e del pubblico italiani, amava la musica da camera e affermava che lo studio dei grandi compositori austro-tedeschi fosse imprescindibile: per questo fu soprannominato ironicamente "il tedescone". Fondò la "Rivista Musicale Italiana" per favorire la conoscenza della musica strumentale in Italia e i concerti nella sua casa fiorentina prepararono il terreno alla nascita della prima Società del Quartetto italiana. Ma veniamo ai due Sestetti ascoltati l'altro giorno a Roma, scritti intorno al 1840. La sua conoscenza della musica tedesca è evidente nell'ampiezza della forma, nella densità del discorso, nella complessità dell'armonia, nello sviluppo dei temi - al posto del gusto italiano per la pura e semplice successione di idee melodiche accattivanti - e perfino nella discreta presenza di un po' di contrappunto. Tutto questo non è noiosa e vuota esibizione di sapienza, perché Giorgetti ha veramente qualcosa da dire e si fa ascoltare ancora oggi non solamente con curiosità ma anche con interesse e piacere. Qua e là - in un passaggio lento che può ricordare l'introduzione di una scena melodrammatica o in una melodia tipicamente vocale - traspare la sua italianità, che non è un difetto ma una caratteristica naturale, forse perfino un pregio. Senza essere un Beethoven né uno Schubert né un Brahms, Giorgetti è insomma un vero compositore di musica da camera, che può essere accostato a quei compositori di buon livello un po' periferici - da Onslow a Berwald, senza dimenticare Bazzini - che costituivano la seconda fila dietro quei giganti. Il Quintetto Bottesini (con l'aggiunta di Sara Scalabrelli al secondo violino) gli ha reso piena giustizia, suonando con l'attenzione e l'impegno che questa musica esige e merita. Tra parentesi, c'è molta musica per questa inusuale formazione di cinque strumenti che meriterebbe di essere ascoltata. Dopo questi due lavori per un organico piuttosto inusuale (quello della "Trota"di Schubert con l'aggiunta di un altro violino), si ha voglia di conoscere anche i quartetti di Giorgetti, che erano il suo genere preferito.

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