Roma: sindacati contro tutti

In difesa dell'Opera di Roma

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I sindacati dell'Opera hanno indetto una conferenza stampa per difendere il loro teatro, da qualche giorno messo sotto attacco da vari quotidiani, che improvvisamente - come ad un segnale - si sono accorti che non è quella meraviglia che essi stessi descrivevano da quando è arrivato Muti ma, al contrario, è la sentina di tutti i vizi. Tralasciamo le accuse pettegole - la figlia di Muti scritturata come regista - o incomprensibili - un direttore come Steinberg, ospite abituale dei principali teatri del mondo, scelto a Roma "non con criteri artistici" - o lapalissiane - quando sul podio non c'è un grande direttore come Muti, l'orchestra suona meno bene - o grottesche - una rappresentante sindacale è parente del sovrintendente - e concentriamoci su quella più seria: il deficit di bilancio.

Il sovrintendente Catello De Martino, in scadenza il 2 dicembre, aveva preannunciato che nel 2013 il teatro avrebbe avuto il bilancio in pareggio per il quarto anno consecutivo, ma adesso pare che questo obiettivo sia irraggiungibile, poiché il comune ha deciso di ridurre drasticamente il proprio finanziamento. Per chi non lo sapesse, va ricordato che il comune di Roma è generalmente molto generoso - il più generoso d'Italia - con il suo teatro, ma ha l'abitudine di definire il proprio contributo soltanto alla fine di novembre. Direte: ma come fa il teatro a programmare in tali condizioni! A novembre la stagione per l'anno successivo è ormai fissata, i contratti firmati, gli abbonamenti venduti! Non ci siamo capiti: a novembre il comune decide il contributo per l'anno in corso, non per il successivo. Il teatro quindi non può far altro che calcolare nel bilancio di previsione una cifra da parte del comune dello stesso ordine di grandezza che nell'anno precedente. In questa situazione fare un bilancio è in realtà surreale, perché, se a novembre viene imprevedibilmente a mancare il previsto finanziamento comunale, si apre una voragine incolmabile: in genere non succede, ma è successo l'anno che fu eletto sindaco Alemanno e pare che succederà di nuovo quest'anno, che è stato eletto Marino. Questo però è solo un aspetto della crisi, perché il problema non si limita al 2013 ma già negli anni precedenti si è andato accumulando un debito ingentissimo, che nel 2012 ha raggiunto 33,5 milioni. Come questo sia avvenuto non è chiaro, poiché contemporaneamente i costi sono passati dai 66 milioni del 2009 ai 55 del 2012, mentre le entrate restavano sostanzialmente invariate, in quanto diminuivano i contributi statali ma aumentavano quelli comunali, diminuivano gli sponsor ma aumentavano i ricavi della biglietteria. I sindacati hanno deciso di schierarsi a difesa del bilancio e quindi della governance del teatro: è sorprendente, perché in genere sono come cani e gatti, ma spiegabile, perché quel che si profila non è la fisiologica sostituzione del sovrintendente giunto alla fine del suo mandato, ma il commissariamento, visto come un'apocalisse dai sindacati. La recentissima legge Bray (n. 102/2013) stabilisce infatti che a pagare, se un teatro viene commissariato, siano non i responsabili del dissesto ma i lavoratori, quindi verrebbero ridotti del 50% gli amministrativi e i tecnici e sarebbe azzerato il contratto integrativo, che rappresenta il 37% degli stipendi, già mediamente molto più bassi che in Germania, Gran Bretagna, Usa, ecc.

I sindacati ribaltano inoltre le accuse su stato, comune e regione, che devono al teatro 15 milioni per contributi stanziati e non ancora erogati. E soprattutto sottolineano che a fronte dei ricordati 33,5 milioni di debito c'è un patrimonio di 48,5 milioni: può sembrare paradossale che siano calcolati all'attivo gli immobili stessi in cui il teatro svolge la sua attività e le attrezzature tecniche, ma questa è la norma dei bilanci di qualsiasi società, banca o fondazione. Per difendersi, le rappresentanze sindacali dell'Opera non esitano nemmeno ad attaccare a testa bassa gli altri teatri che dichiarano bilanci in pareggio, mentre, secondo loro, se non calcolassero all'attivo gli immobili e il restante patrimonio, la Scala avrebbe 48 milioni di debiti, il San Carlo 55, il Regio di Torino 25. Non si fermano qui: poiché la legge Bray prevede che i teatri con tre bilanci consecutivi in pareggio siano premiati con una quota del 5% del Fus, avanzano il dubbio che Scala e Santa Cecilia, anch'esse con l'acqua alla gola, stiano complottando dietro le quinte contro l'Opera, poiché hanno interesse a escluderla dal circolo dei virtuosi per dividersi quella cifra tra loro due sole. E magari la Scala è anche gelosa del successo dell'alleanza Muti-Teatro dell'Opera. Nella ripartizione del Fus legata alla qualità della produzione dei vari teatri il ministero agisce - sono ancora i sindacati a dirlo - in maniera totalmente discrezionale, riconoscendo al Petruzzelli di Bari una qualità superiore a tutti gli altri teatri, Scala esclusa. E non finisce qui, ce n'è per tutti. Ma lasciamo da parte le accuse non sempre provate e registriamo piuttosto il non infondato timore espresso dai sindacati che si stia rispolverando il vecchio progetto di declassare in serie b non solo l'Opera ma tutti i teatri lirici italiani, ad eccezione di due o tre, ritenendo ingiustificabili le spese necessarie a sostenerli e riprendendo così coi fatti la tesi, smentita a parole da Bray, che con la cultura non si mangia.

Mauro Mariani

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