St. Vincent, armi di seduzione di massa

Le canzoni pop a doppio taglio nel nuovo album di St. Vincent: meravigliosamente imperfetto

 

St. Vincent, Mass Seduction
Disco
pop
St. Vincent
Masseduction
Loma Vista
2017

Quando alla fine, in “Smoking Section”, canta “Mi sento come un oceano dell’entroterra/troppo grande per essere un lago, troppo piccolo per essere un’attrazione”, si riferisce a sé stessa? Possibile sia così. A 35 anni compiuti (da poco), Anne Erin Clark (alias St. Vincent) si trova in mezzo al guado: non più diva alternativa e non ancora icona pop. Lo diventerà. Proprio grazie a questo album, dove sembra un incrocio fra PJ Harvey e Madonna: alla densità ombrosa degli argomenti corrisponde infatti un’ammirevole sfacciataggine. Parla chiaro la copertina osé: una donna di spalle, chinata in avanti, in succinto abito leopardato e tacchi a spillo, il culo (pardon…) in primo piano su fondale rosso passione. L’avesse fatto un uomo, parleremmo di sessismo. Viceversa lei usa quelle simbologie per denunciarlo, immaginiamo, immortalando “ragazze in gabbia che suonano chitarre” in “Los Ageless” (calembour dell’anno!).

Oppure signorine invitate a indossare abiti da infermiera (“che stringono e aderiscono a cosce e anche”), suora o maestrina, lamentandosene (“Tesoro, non sono il tuo martire”), in “Saviour”. Brano, quest’ultimo, che sa di Prince: chitarrina rock, groove pigro, voce annoiata, un vago accento soul. A proposito di arcani maggiori: il “Daily Mail” l’ha definita di recente “Bowie femmina”. E nel 2012, conviene ricordarlo, volendole tracciare intorno un perimetro, ha realizzato un disco a quattro mani con David Byrne (Love This Giant). Per non dire dell’esordio cinematografico: al momento regista di un episodio – The Birthday Party – nella collezione di horror al femminile XX, dal prossimo anno affronterà l’impegno di realizzare una versione del Dorian Gray di Oscar Wilde con una donna protagonista.

Tanta roba, insomma. E ad alto livello. Già vincitrice nel 2015 di un Grammy Award (guarda caso nella categoria “miglior album di musica alternativa”) per il lavoro precedente, prova a collocarsi ora in un’altra dimensione. Il quinto disco a suo nome nell’arco di un decennio cerca di forzare l’ingresso nel mainstream: lo dimostra la scelta del produttore Jack Antonoff (da Taylor Swift a Lorde). Nessuna concessione in termini di contenuti, comunque: Sant’Anna ha idee chiare sul da farsi e accetta le regole del gioco a modo suo. È diventata personaggio da gossip e paparazzi (per via di una love story con la modella e attrice inglese Cara Delevingne, qui ospite in incognito ai cori in “Pills”, filastrocca nevrotica chiusa solennemente dal sax di Kamasi Washingotn)? Bene: che si metta tutto in piazza. Ha dichiarato preliminarmente i moventi dell’ispirazione al “Village Voice”: “sesso, droghe e tristezza”. Non nasconde sregolatezze: “Sì, ammetto di aver bevuto”, all’inizio di “Hang On Me” (deliziosa ballata elettronica su un amore agli sgoccioli che apre la sequenza), e poi c’è la vita impasticcata di cui sopra (“Pillole per stare svegli, pillole per dormire… Pillole per camminare, pillole per pensare… Pillole per crescere, pillole per rimpicciolire… Pillole per scopare, pillole per mangiare”), perché “non posso spegnere quello che mi accende”, nel pezzo che dà titolo a questa raccolta di canzoni. La migliore è “Slow Disco”: condensato di spleen e pathos su sfondo orchestrale dal gusto melò. Appartiene al filone malinconico, insieme alla struggente “Happy Birthday, Johnny” e “New York”, che rischia seriamente di diventare un “sempreverde”.

St. Vincent sa maneggiare con disinvoltura registri differenti, tuttavia: “Sugarboy” viaggia su un ritmo quasi techno senza timore del kitsch modello Broadway, “Fear the Future” (rilevante poiché intesta l’imminente tournée) ha impeto arcigno e “Young Lover” assume toni epici su scala electro pop. Masseduction è perciò un’opera gradevolissima con alcune premeditate asperità formali: un album sexy e pensieroso, ansioso e impudente, contraddittorio e intenso. Niente affatto perfetto, ma a chi piacciono le cose o – peggio ancora – le persone “perfette”?

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