Public Service Broadcasting, rock e carbone

Il nuovo lavoro della band londinese è una lezione di storia a forma di disco, dedicata ai minatori del Galles

 

Public Service Broadcasting Every Valley Recensione
Disco
pop
Public Service Broadcasting
Every Valley
PIAS
2017

È ammirevole che oggigiorno, nell’era degli ascolti parcellizzati, vi sia ancora chi concepisce album con intenzioni narrative. Così è nel caso dei Public Service Broadcasting, formazione di un certo successo (“spalla” dei Rolling Stones a Hyde Park nel 2013, per dire), già in vista con il disco precedente, The Race for Space: opera tematica dedicata – lo dichiarava il titolo – alle avventure nello spazio del tardo Novecento. Questa volta il compito è più impegnativo: raccontare ascesa e caduta dell’industria mineraria in Galles, metafora – sostiene il capobanda J Wilgoose, Esq. – «del declino industriale» e delle relative «comunità abbandonate e neglette nell’Occidente». Tanta roba, insomma: basti ripensare all’epico braccio di ferro tra Margaret Thatcher e il sindacato dei minatori, terminato nel marzo 1985 con la sconfitta di quest’ultimo (e a quanto e come molti artisti si spesero allora a sostegno della lotta dei lavoratori in sciopero).

Il gruppo londinese ha fatto le cose in maniera puntigliosa (recandosi in loco, per la precisione a Ebbw Vale, insediandosi dentro un ex circolo operaio e raccogliendo testimonianze dei reduci di quella battaglia) e in grande stile (oltre ai quattro del “servizio pubblico”, sono quasi una trentina gli strumentisti che hanno contribuito all’impresa). Tutto perfetto, dunque. Tranne la musica: ondivaga in senso stilistico (dall’inopinato hard rock di ”All Out” al pop “alternativo” di “Progress”, passando dal funk impacciato di “People Will Always Need Coal”, il passo è davvero più lungo della gamba) e in genere poco ispirata (quando alle registrazioni documentaristiche subentrano i cantanti, tra cui James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers, in “Turn No More”, si scivola addirittura verso la banalità).

Aperto dalla voce solenne di Richard Burton e chiuso da quelle del Beaufort Male Choir, Every Valley è un album che malauguratamente soccombe sotto il peso delle proprie ambizioni, come poteva accadere ai tempi del progressive. Peccato: il soggetto avrebbe meritato uno svolgimento migliore.

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