L'Africa in Iran di Saeid Shanbehzadeh

Pour-Afrigha, fresco di uscita per Buda Musique, indaga sul retaggio musicale degli africani deportati come schiavi in Persia

Saeid Shanbehzadeh, Pour-Afrigha
Saeid Shanbehzadeh
Disco
world
Saeid Shanbehzadeh
Pour-Afrigha
Buda Musique
2017

Progetto interessante quello di Saeid Shanbehzadeh, che ha la capacità di illuminare una storia laterale e poco battuta dalla musica del mondo che gira nei nostri festival e nei nostri lettori cd. Iraniano, nome noto da diversi anni nel giro della world music internazionale, in questo Pour-Afrigha, pubblicato da Buda Musique, Shanbehzadeh si dedica all’esplorazione delle sue radici africane.

Quello delle “radici africane” è un tema – potrebbe obiettare qualcuno – anche troppo sfruttato da musicisti e pubblicisti, altro che storia laterale… Ma troppo spesso, ancora oggi, si pensa al tema della “contaminazione” come qualcosa che riguarda sempre “noi” da una parte (l’occidente, l’Europa, l’America) e “gli altri” dall’altra (l’esotico). Non è così, e lo stesso concetto di contaminazione ha davvero poco sempre: le musiche si sono sempre spostate insieme alle persone che si spostavano, per scelta e per costrizione.

Pour-Afrigha, allora, apre invece una finestra (musicalmente tanto inattesa – per i più – quanto illuminante – per tutti) sul retaggio musicale degli africani deportati come schiavi in Persia da Zanzibar. Pour-Afrigha – ovvero “discendente d’Africa” – è, in effetti, anche il nome della madre di Saeid Shanbehzadeh, africana-iraniana di terza generazione (il padre, invece, proviene dall’area del Belucistan).

Nella sua esplorazione, Shanbehzadeh – che suona neyanbān (una zampogna) e sax, si porta dietro le percussioni del figlio Naghib Shanbehzadeh e la voce di Rostam Mirlashar, oltre alla chitarra elettrica del francese Manu Codjia. Jazzista, Codjia fornisce ora un supporto etereo alle improvvisazioni di neyanbān, ora un groove sostenuto e saturo, che guarda direttamente al sound più desert.

Un disco spiazzante perché insieme familiarissimo e lontano da quanto siamo abituati ad ascoltare come “africano”. Proprio per questo, un disco prezioso, capace di ribaltare gerarchie.

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