Jon Hassell, ritorno al quarto mondo

La ristampa del fondamentale Dream Theory in Malaya: Fourth World Volume Two di Jon Hassell

Dream Theory in Malaya: Fourth World Volume Two Jon Hassell
Disco
oltre
Jon Hassell
Dream Theory in Malaya: Fourth World Volume Two
Glitterbeat
2017

Eccola finalmente, la tanto annunciata ristampa di Dream Theory in Malaya: Fourth World Volume Two, un classico della discografia di Jon Hassell e un caposaldo di quella ambient dalle connotazioni globali e tribali che avrebbe segnato in modo rilevanti le sorti della musica a venire.

Realizzato nel 1981 per la EG, ideale seguito di Possible Musics con Brian Eno (che nello stesso periodo stava lavorando anche a My Life In The Bush Of Ghosts insieme a David Byrne), il disco trae spunto dalle annotazioni dell’antropologo Kilton Stewart, che negli anni Trenta del Novecento studiò l’originale approccio ai sogni degli aborigeni Senoi della penisola malese.

Era il momento in cui l’elettronica incontrava – giocoforza su un terreno di geografie immaginarie e dal marcato segno visionario/sciamanico – le sonorità rituali di mondi ancora primitivi e, auspicabilmente, incontaminati. In una sorta di cortocircuito fascinosissimo in grado di rovesciare continuamente la prospettiva, pur se non esente da inevitabili contraddizioni post-colonialiste, Hassell faceva volare la sua tromba soffiata e effettata su percussioni tribali, faceva scorrere ruscelli di sintetizzatori accanto a quelli solcati dal volo radente di uccelli tropicali. Proiettata dentro un mondo dichiaratamente onirico e di astratta ritualità – volutamente sottratta a ogni reale connotazione antropologica – la musica di questo lavoro mantiene ancora oggi una vibrante qualità allucinatoria che assai raramente ritroveremo nella successiva produzione di Hassell.

Perché le scintille di quella irripetibile stagione di “illuminazione” che ha fondamentali “genitori” in Don Cherry e Alice Coltrane, pur con tutta la naïveté del caso, si sono di volta in volta spente nel flusso dorato della world music (che non solo ha messo a sistema un approccio, ma per far questo ha “normalizzato” il rapporto con il suono altro con la scusa dell’ibridazione) o hanno acceso altre torce.

Certamente dal punto di vista strumentale l’approccio di Hassell alla tromba – che veniva dal Miles Davis elettrico ed era profondamente influenzato dal Pandit Pran Nath – è stato determinante nella definizione di un suono che, per capricci latitudinali, è oggi decisamente scandinavo più che del sud est asiatico: quello di un Arve Henriksen o di un Nils Petter Molvær ad esempio.

Il “quarto mondo”, un po’ come la “quarta dimensione”, di cui si può fare fatica a definire i confini (e che in realtà richiede che non li si definiscano) e che risulta certo storicizzato in uno scenario in cui da un lato è stato relativizzato e in parte oggettivato il rapporto con altre geografie (pensiamo all’encomiabile lavoro della Sublime Frequencies), dall’altro l’iperconnessione – che nemmeno le più fervide attività oniriche malesi all’epoca potevano prevedere – ci viene restituita da una M.I.A. o da una Fatima Al Qadiri, quando non dal tribalismo punk dei Senyawa.

Per riappropriarsi dunque nuovamente in modo istintivo di questo splendido lavoro, oggi ristampato dalla tak:til Glitterbeat (distr. Goodfellas), al di là del piacere della ristampa (alla metà degli anni Novanta, quando Gino Dal Soler e Alberto Marchisio mappavano pionieristicamente questi mondi sonori, il disco di Hassell era una sorta di oggetto mitico), occorre quindi un piccolo sforzo immaginativo, una suspension of disbelief in grado di farsi nuovamente lambire da campanelli e ronzii, sibili subtropicali e tamburi lontani come fosse la prima volta. Insomma, non si può non passare di nuovo attraverso il sogno.

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