Il taoismo ai tempi di internet

L’avventura ambient di Laurel Halo, produttrice statunitense a Berlino

Laurel Halo
Disco
oltre
Laurel Halo
Raw Silk Uncut Wood
Wood Latency
2018

“Seta grezza” e “legno non lavorato”: ciò che conta davvero conoscere se si aspira alla condizione – “Aver bisogno di poco, volere di meno. Dimenticare le regole. Essere sereni” – enunciata nel Tao Tê Ching, testo chiave del taoismo attribuito a Lao-Tzu, nella versione anglofona della scrittrice statunitense di fantascienza Ursula K. Le Guin, datata 1997.

Da lì deriva il titolo del nuovo artefatto di Ina Cube, trentatrenne del Michigan di stanza a Berlino dal 2013, nota con lo pseudonimo Laurel Halo, mentre sul piano ideativo ha influito in misura rilevante la composizione della musiche destinate a Possessed, collage video tra documentario e fiction realizzato dal team di design olandese Metahaven insieme al regista connazionale Rob Schröder: riflessione sulle relazioni umane nell’era dei social media.

L’habitat è dunque al tempo stesso arcaico e avveniristico. In esso matura un suono indubitabilmente contemporaneo nelle procedure produttive, eppure organico in fatto di timbriche (il violoncello di Oliver Coates, le percussioni di Eli Keszler): diverso da quanto esposto finora dalla protagonista, affermatasi al principio del decennio in ambito “post techno” (l’album del 2012 Quarantine) e ultimamente accostatasi a suo modo alla forma canzone (il recente Dust). Qui non vi sono ritmi a dettare lo svolgimento dell’opera, né si ascolta la voce (cosa già accaduta nell’intermedio Chance of Rain del 2013): semmai affiorano in maniera nitida i trascorsi dell’autrice, dall’iniziale formazione accademica (evidente nel tono neoclassico del lungo episodio conclusivo, “Nahbarkeit”) ai primissimi passi mossi nel sottobosco del jazz sperimentale (cui allude “Mercury”). Significativo è altresì il trasloco dall’etichetta londinese Hyperdub, editrice dei tre dischi citati, alla parigina Latency, prossima ai circuiti dell’avant-garde e quindi idonea ad accogliere questa sequenza di brani strumentali – sei in tutto, per un totale che eccede appena la mezz’ora – dalla fisionomia astratta e meditativa.

Il risultato è enigmatico e seducente come il dipinto raffigurato in copertina: Prince S dell’artista di origine uruguaiana Jill Mulleady.

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