Il paradiso perduto di Dedekind Cut

Tahoe è il nuovo lavoro del californiano Fred Welton Warmsley, alias Dedekind Cut

Dedekind Cut, Tahoe
Disco
oltre
Dedekind Cut
Tahoe
Kranky
2018

Si intitola Tahoe il nuovo lavoro di Dedekind Cut, nome dietro cui si cela Fred Welton Warmsley, esponente californiano della scena industrial ambient.

In matematica il cosiddetto Dedekind Cut è un metodo di costruzione dei numeri reali, e fu introdotto da Richard Dedekind nella seconda metà del diciannovesimo secolo, anche se una costruzione simile la ritroviamo negli Elementi di Euclide per definire segmenti proporzionali (fonte Wikipedia).

La scelta dei nomi d’arte da parte di Warmsley non è mai stata banale: prima Lee Bannon, poi Dedekind Cut, e – quando esplora territori più vicini al rock – Barrio Sur (con il quale il 15 gennaio ha fatto uscire il mixtape Heart Break in free download per festeggiare il Martin Luther King’s Day).

Quasi trentunenne, nero, originario di Sacramento, Fred è passato con naturalezza dall’hip hop all’industrial ambient con squarci new age, realizzando una musica apparentabile a quelle di Tim Hecker e Daniel Lopatin. Influenzato, a suo dire, da Brian Eno, Goldie e Aphex Twin, ma anche dai suoi concittadini Death Grips, dopo $uccessor, il primo disco a nome Dedekind Cut uscito nel 2016, è ora il turno di Tahoe, uscito per l’etichetta Kranky, la stessa di Tim Hecker.

Rispetto alla precedente questa raccolta è meno industrial, più riflessiva e pervasa da una malinconia nostalgica, sentimento che sembra prevalere negli Stati Uniti tra coloro che non hanno votato Trump: lo si può cogliere pienamente nel brano dall’andamento sinfonico  “De-Civilization”, la cui  grandiosità è venata dalla tristezza dell’attualità, il paradiso è ormai perduto ei  sintetizzatori gelidi e spettrali sono lì a ricordarcelo.

Sono molti i momenti notevoli di quest’album: la title-track, con il suo mix di musica e campionamenti di rumori della natura, ci fa gentilmente volare su un paesaggio straordinariamente vasto, “MMXIX” rifiuta la costrizione della struttura, salta tra le tonalità e le melodie, l’avventurosa “Spiral” richiama a tratti le atmosfere del disco precedente.

Le atmosfere più sperimentali, più ruvide, del disco precedente sono quasi del tutto sparite, ma quando Dedekind Cut trova il giusto equilibrio tra la sperimentazione sonora del passato e la nuova passione per l’ambient fluttuante è pura magia: i dodici minuti di “Hollow Earth” sono un viaggio verso uno spazio ignoto, fatto di droni, canti gregoriani e basso distorto e riverberato.

“Tahoe” è il lavoro di un artista che ha intrapreso un nuovo cammino, forte di quanto realizzato precedenza; se ne sarà capace, raggiungerà quello che lui chiama “casa”, il punto dove terra e cielo si confondono.

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