Fever Ray, la politica del sesso

Plunge è il secondo lavoro da solista di Karin Dreijer, alias Fever Ray

Fever Ray Plunge
Disco
pop
Fever Ray
Plunge
Rabid
2017

Un “tuffo”, dichiara il titolo del nuovo disco di Fever Ray: nel vortice del sesso. Inteso sia come azione corporale sia in termini di gesto politico. Avendo idee contraddittorie: “Confondo il prurito con il dolore?”, si domanda l’autrice nelle note introduttive all’album, suo secondo da solista, distante otto anni dal precedente, mentre il duo – The Knife – creato insieme al fratello Olof pare abbia cessato frattanto l’attività. La quarantaduenne svedese Karin Elisabeth Dreijer ha concepito così l’opera più ambiziosa della sua carriera: ovviamente imparentata a quanto fatto in passato, eppure differente. Troviamo in Plunge – al momento raccolta di file digitali e solo fra tre mesi, poco dopo l’unica apparizione in Italia, il 20 febbraio al Fabrique di Milano, oggetto discografico – cose che conoscevamo: elettronica da club astrattista, design sonoro d’impronta avant-garde e verve pop stilizzata. Muta invece la vibrazione emotiva: dietro un’apparenza algida freme il vulcano dei sensi. Il brano incaricato di aprire la strada ai dieci restanti, “To the Moon and Back”, che scorre effervescente a ritmo da dance barocca, non usa mezze parole: “Voglio ficcare le mie dita nella tua figa”.

Le pronuncia una donna reduce da una relazione eterosessuale. Vuole altro? Risponde in chiave metaforica lo scritto citato (https://feverray.com/#read):

Sto cercando una ragazza alta nove metri con denti come rasoi; sto cercando una ragazza che possa recitare da receptionist annoiata nell’atrio del dopovita, attraversando il fiume dell’oblio ogni mattina e ogni sera, per tornare poi nel mondo dei vivi, dove io sarò in attesa con fiori e un assortimento di giocattoli per adulti”.

Immaginiamo perché delle pratiche erotiche la più scandalosa venga considerata ancora adesso quella di natura omosessuale. L’intento dell’operazione sembra sia appunto la denuncia della repressione sessuale: indizio di oppressione sociale. Lo conferma “This Country”: “Questo paese ostacola le scopate”. Dunque: “Tutte le volte che scopiamo, vinciamo”. Allegando esortazioni tipo: “Aborto libero! Acqua pulita! Distruggete il nucleare!”. Una forma di attivismo carnale sostenuta da solidi argomenti musicali: “IDK About You” è un’incalzante filastrocca techno punteggiata da sospiri femminili sull’orlo dell’orgasmo, l’iniziale “Wanna Sip” suona al tempo stesso minacciosa e sensuale (“Sono incatenata al tuo odore”), “Mustn’t Hurry” evoca un’atmosfera da medioevo prossimo venturo e altrettanto fa “Red Trails” (in cui confessa: “Eri il mio dolore preferito”), finché in chiusura giunge “Mama’s Hand”, electro pop a tinte noir nel quale filtra la luce di un sentimento mai banale, “l’ultimo pezzo del puzzle, questa cosa piccina chiamata amore, la cosa smarrita chiamata amore”.

Versi intonati con portamento da Tilda Swinton e ispirazione degna della migliore Björk.

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