Craig Taborn, fantasmi dal futuro

Splendido lavoro in quartetto per il pianista, che chiude la sua ideale trilogia con ECM iniziata nel 2011

Craig Taborn Daylight Ghosts ECM
Foto di John Rogers
Disco
jazz
Craig Taborn
Daylight Ghosts
ECM
2017

Ci sono dischi che ti piovono tra capo e collo, dischi che sei costretto a inseguire, a volte persino a stanare, dischi nei quali inciampi senza volerlo e dischi che mai ti saresti immaginato. Poi ci sono i dischi che si fanno desiderare, che aspetti con ansia e trepidazione, fantasticando sul primo ascolto con la quasi certezza (al netto di improbabili ma non impossibili delusioni) che qualcosa di meraviglioso stia per accadere.

Più che meraviglioso nel caso di Daylight Ghosts, nuova sfavillante testimonianza del conclamato genio di Craig Taborn e capitolo conclusivo dell'ideale trilogia ECM iniziata nel 2011 con Avenging Angel, in solo, e proseguita nel 2013 con Chants, in trio. Accanto al pianista di Minneapolis, che seguendo il filo logico di un matematico crescendo approda infine al quartetto, nuovi e vecchi compagni d'armi: Chris Speed al sax tenore e al clarinetto, Chris Lightcap al contrabbasso e Dave King alla batteria. Una formazione allestita poco più di un anno fa e messa a punto con una lunga serie di concerti di qua e di là dell'Atlantico (Italia per una volta compresa), modellata e rifinita in ogni dettaglio attorno a un nucleo di composizioni originali che vivono di incastri millimetrici e reiterazioni sfuggenti, stratificazioni ipnotiche e preziosi dettagli.

La penna di Taborn è riconoscibile fin dall'iniziale "The Shining One", labirintica e spigolosa alla maniera del primo Tim Berne. Più carezzevole e languido l'attacco della successiva "Abandoned Reminder", che a metà del cammino decide però di accelerare fino a esplodere in un finale entusiasmante. Simile per sviluppo l'onirica "Daylight Ghosts", che nella seconda parte getta la maschera e decolla sulle ali di un delizioso ostinato, mentre con "New Glory" si torna alle linee spezzate, agli accenti e al ritmo. Unica composizione non originale "Jamaican Farewell" di Roscoe Mitchell, ripescata dai tempi eroici del Note Factory, ensemble di nove elementi nel quale il piano di Taborn era incrociato con quello di Matthew Shipp (così, tanto per dire). Un fuori programma che non sposta di molto l'asse di rotazione del disco, che orbita e fluttua attorno a un centro di gravità tutt'altro che permanente.

Non che non ci siano lucidità e rigore: la gestione degli spazi e delle dinamiche è al solito incredibilmente precisa, millimetrica, sapiente; ma a prevalere sono i toni crepuscolari, le atmosfere dilatate e diradate, l'indefinito, l'inafferrabile. "Ghosts", "Phantom", "Silence", "Shining", "Living": i riferimenti al mondo degli spiriti e delle ombre sono evidenti e ripetuti. Anche se gli afflati esoterici sono sempre e comunque mediati da un che di futuristico, di consapevolmente "elettronico". Come nello srotolarsi implacabile della stupefacente "Ancient", che si apre con un palpito di contrabbasso e si congeda in un delirio di contrappunti. Applausi, applausi e ancora applausi.

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