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A "Bottega" da Riccardo Muti

di Alessandro Rigolli
Nella sua autobiografia pubblicata nel 2010 Riccardo Muti, a proposito dell’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini” da lui fondata, annotava: «Due sono le cose che cerco soprattutto di insegnare loro: l’impegno “solistico” mentre sono immersi nella fila seguendo l’ideale di una costante tenuta cameristica, e poi l’esigenza di un atteggiamento etico verso la professione». Due principi – da un lato la consapevolezza espressiva individuale e dall’altro il mandato etico racchiuso nell’essere “artista” – che possiamo ritrovare intatti anche oggi, innestati nell’ambito di un altro progetto formativo che lo stesso Muti ha avviato da qualche anno e che riguarda la tradizione operistica italiana. Immaginata come una sorta di “bottega rinascimentale”, l’Italian Opera Academy ci appare quale oasi ideale dove i segreti della costruzione musicale passano dal maestro all’allievo, fino al traguardo rappresentato da un’interpretazione che diviene via via sempre più consapevole e coerente con la pagina affrontata. Il tutto attraverso intense sessioni di studio, di analisi e di approfondimento plasmate dallo stesso Muti attraverso la personale miscela di rigore e sagace ironia che lo contraddistingue.

Questa è l’atmosfera che abbiamo respirato al Teatro Alighieri di Ravenna seguendo nei giorni scorsi le prime battute di questa terza edizione dell’Accademia dove, dopo Falstaff e Traviata affrontati negli anni scorsi, un altro titolo verdiano è stato posto al centro di un’approfondita lettura: Aida. Dopo aver diretto il capolavoro di Verdi al Festival di Salisburgo di quest’anno, Muti trasforma quest’opera in una sorta di banco di prova per gli allievi – direttori d’orchestra e maestri collaboratori – selezionati fra centinaia di domande giunte da prestigiose realtà quali, tra le altre, la Juilliard di New York e la Sibelius di Helsinki, il conservatorio di S. Pietroburgo e il Royal College of Music di Londra, e ancora la Hans Eisler di Berlino, l’Università della musica e delle arti performative di Vienna, la Jacobs dell’Indiana University. Una selezione che ha portato ad “allenarsi” sul podio della stessa Orchestra Cherubini – divenuta così, a sua volta, strumento educativo – giovani direttori quali Marco Bellasi (35 anni, Italia), Gevorg Gharabekyan (35 anni, Svizzera), Kaapo Johannes Ijas (29 anni, Finlandia), Hossein Pishkar (29 anni, Iran) e KatharinaWincor (22 anni, Austria), oltre ai maestri collaboratori Maddalena Altieri (26 anni, Italia), Emmanuelle Bizien (30 anni, Francia), Wei Jiang (28 anni, Cina) e Alice Lapasin Zorzit (22 anni, Italia).

Diverse le tappe – tra prove di sala, di lettura e d’assieme – nelle quali si articola l’Accademia, avviata venerdì scorso dalla presentazione dell’opera al pianoforte da parte dello stesso Muti e che sarà chiusa dai due concerti finali con un programma di brani dell’opera verdiana: il 12 settembre sarà Muti stesso a salire sul podio, mentre il 14 protagonisti saranno invece i giovani direttori suoi allievi. A rafforzare la valenza didattica e divulgativa dell’iniziativa è stato scelto di aprire al pubblico queste giornate, facendo dell’Accademia anche la preziosa occasione per tutti gli appassionati di poter assistere dal vivo alla costruzione di un’opera. Come tutti gli altri aspetti della sua lunga attività, anche l’impegno didattico rappresenta per Muti un’opportunità per condividere i principi di una tradizione che rischia altrimenti di estinguersi, quella tradizione che si definisce nello studio meticoloso, nella devozione alla pagina musicale, nel rifuggire interpretazioni semplicistiche o stereotipate, e che a Muti è giunta, attraverso Antonio Votto, da Arturo Toscanini. Un impegno che il direttore napoletano porta avanti nella consapevolezza di quanto, oggi più che mai, sia necessario conservare quella lezione ma soprattutto trasmetterla alle giovani generazioni di musicisti.

Con una inesausta energia che, dopo i giorni di Accademia, lo porterà da fine settembre alla guida della Chicago Symphony Orchestra per diverse date negli Stati Uniti e in attesa di tornare al Musikverein di Vienna chiamato per la quinta volta dai Wiener Philharmoniker a dirigere il Concerto di Capodanno, il direttore settantaseienne affianca i giovani allievi dispensando indicazioni sul gesto espressivo - «non c’è bisogno di allargare troppo le braccia, l’orchestra si confonde…» - sul “disegno” del tempo - «troviamo un modo per indicarlo in maniera più pulita, più chiara…» - sulla gestione delle classi strumentali, anche con ironia: «ricordati che Richard Strauss diceva di non guardare mai i tromboni, di non incoraggiarli…». Tra una battuta sulla deriva colossal di certi allestimenti di Aida («ricordatevi che questa è una marcia e non dovete farla troppo lenta, perché qui escono in scena tutta una schiera di personaggi agghindati con paramenti, aste, vessilli, baldacchini, qualcuno ci mette pure gli elefanti: se andate troppo lenti, poveretti loro…») e un confronto su come far eseguire il vibrato dagli archi, Muti evidenzia anche i caratteri vocali dei diversi momenti dell’opera. In questo senso, le osservazioni condivise con le voci che incarnano i personaggi – Luca Dall’Amico (basso, Re d’Egitto), Anna Malavasi (mezzosoprano, Amneris), Vittoria Yeo (soprano, Aida), Diego Cavazzin (tenore, Radamès), Cristian Saitta (basso, Ramfis) Federico Longhi (baritono, Amonastro) – permettono di mettere a fuoco uno degli elementi principali della pagina verdiana: «ricordatevi sempre che si tratta di teatro, nella musica di Verdi trovate già tutta la sua idea di teatro».

Alla fine, osservando i giovani allievi seguire le indicazioni del maestro e scambiarsi con passione le impressioni tra una pausa e l’altra delle lezioni, viene alla mente l’idea che, alla base di una buona didattica, c’è sempre l’esempio di un buon docente, come sottolineava lo stesso Giuseppe Verdi in una lettera del 2 febbraio 1871 indirizzata a Cesare Correnti, ministro dell’istruzione che lo aveva coinvolto nel riordino del Conservatorio di Napoli e, in generale, nella revisione degli ordinamenti didattici dei Conservatori italiani: «[…] non v’erano norme di insegnamento negli antichi Conservatorj di Napoli, diretti da Durante e da Leo. Essi stessi creavano la via da seguire: erano buone vie […] Così al Liceo di Bologna, al tempo di Padre Martini, nome a cui tutti s’inchinavano, italiani e stranieri, fra questi Gluck e Mozart. Il Conservatorio di Parigi invece ha ottimi regolamenti; ma ciò nonostante, ha dato buoni risultati, solo quando n’era Direttore un uomo di grandissimo valore, Cherubini”».

07 settembre, 2017 - 08:57
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