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Monteverdi celebrato dal Festival di Musica Antica di Innsbruck

di Paolo Scarnecchia

Capitan Ulisse nella taverna dei marinai fra camerieri con le ali

Frutto della collaborazione tra il Festival di musica antica di Innsbruck e la Norske Opera e Oslo Ballet, e già rappresentata nella capitale norvegese nel gennaio 2016, Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi è stato il primo grande evento della manifestazione iniziata il 18 luglio, e ha segnato il passaggio dalla cadenza settimanale dei concerti nel Castello di Ambras, a quella quotidiana che coinvolge anche altri luoghi storici della città austriaca a partire dal 10 agosto. In questo caso il moderno Tiroler Landestheater, che si trova di fronte al Palazzo Imperiale nel luogo dove sorgeva il Teatro di Corte.

All’apertura del sipario appare la scena principale, la stessa per tutta l'opera, costituita da una grande stanza nella quale troneggia un lunghissimo tavolo coperto da una tovaglia bianca che arriva fino a terra. Dalle pareti in legno spuntano degli abat-jour e sono appesi quadri di soggetti marittimi. Una donna vestita da sposa siede al centro e alcuni commensali seduti ai suoi fianchi sembrano addormentati con la testa sulla tavola o accasciati sulla sedia. Entra un cameriere dalle cui spalle spuntano due piccole ali, e poi il fondale nero della parete dietro al tavolo si apre, rivelando alle sue spalle un'altra scena sopraelevata, dove compaiono altri camerieri alati: uno gioca a biliardo, l'altra tira i dadi sul tavolo, e intonano le rispettive arie del prologo, costruito sul dialogo tra Humana Fragilità, Tempo, Fortuna e Amore.

Da un punto di vista prospettico, tutto sembra ruotare attorno a Penelope (Christine Rice), che rimane per una buona parte dell'opera seduta in abito nuziale al centro della lunga tavolata. Se non fosse per il suo lungo e dolente monologo iniziale "Di misera regina", difficilmente si potrebbe immaginare di assistere alla rappresentazione di una "tragedia a lieto fine", così come definita nel 1641 nel libretto di Giacomo Badoaro. Segue il duetto amoroso tra Melanto (Vigdis Unsgård) ed Eurimaco (Petter Moen) che cantano seduti al fianco di Penelope. Basterebbe il tono gioioso delle loro melodie a rappresentare il mutare degli affetti, ma il regista Ole Anders Tandberg ha immaginato una Melanto molto intraprendente, che non solo sbottona la camicia di Eurimaco per accarezzargli il petto, ma fa poi scendere la mano sotto il tavolo per accarezzare qualcos’altro; le loro effusioni si fanno sempre più plateali e a un certo punto lui finisce sotto la tavola per poi riemergerne continuando a cantare.

Se si dovesse tener conto solo dell'aspetto scenico potrebbe sembrare già un'opera buffa, ma come è risaputo Monteverdi ha anticipato quasi tutta la storia dell'opera. Dopo il dialogo tra Nettuno (Andrew Harris) e Giove (Halvor F. Melien), nel quale concordano di punire i Feaci, questi si rivelano tra i commensali, che togliendosi le giacche, indossano i cappelli da marinai. Ulisse (Kresimir Spicer) si risveglia dal suo sonno e dopo il suo primo splendido monologo "Dormo ancora, o son desto?", speculare a quello di Penelope, nella scena retrostante appare Minerva sotto le spoglie di un pastorello, con indosso i Lederhose, i tradizionali pantaloncini tirolesi di pelle con bretelle. Invitato dalla dea, che nel frattempo si è rivelata, a bagnarsi in una fonte per assumere le sembianze di un vecchio, Ulisse la raggiunge e a conclusione del primo atto riappare intonacato da una lunga pelle di animale e con la barba grigia. Nel secondo atto, Minerva compare vestita da hostess circondata da bagagli da uno dei quali spunta fuori Telemaco (David Hansen), ma il commovente incontro tra padre e figlio intensamente sottolineato dalla musica monteverdiana non risalta sulla scena, anche perché del canto di Telemaco non si comprende una parola, ma c’è la traduzione in tedesco del libretto che scorre nei sovratitoli. Il secondo atto si conclude con il Lamento della ninfa, dal Settimo Libro di madrigali, inserito dal direttore Alessandro De Marchi in sostituzione di una scena presente nel libretto ma assente dall’unica partitura ad oggi esistente dell’Ulisse.

Nel terzo atto tre pretendenti, Antinoo (Marcell Bakonyi), Pisandro (Hagen Matzeit), e Anfinomo (Francesco Castoro) attorniano e corteggiano la fedele Penelope palpandola vistosamente. Un’altra sostituzione, Zefiro torna, interviene a compensare la discrepanza tra libretto e partitura, quando dopo il rifiuto di Penelope i tre sperano di poter rallegrare la Regina con canti e balli, e sulla scena retrostante vestiti da marinai danzano ognuno con tre gambe. Quando riappare Minerva, con un arco in mano per suggerire ad Ulisse di sconfiggere i Proci uccidendoli, è vestita con una tuta da scherma. Seguono altri effetti, come quello di Telemaco che racconta alla madre della bella Elena portando un piccolo proiettore sul tavolo, o di un ring che compare sulla scena nella scena, sul quale si svolge il combattimento tra Iro (Carlo Allemano) e Ulisse, e via via altre trovate di impronta più o meno farsesca. La differenza tra la raffinata ed elegante direzione e concertazione musicale di De Marchi, che ha adattato la realizzazione del continuo caratterizzandola e arricchendola di colori timbrici per ciascuno dei personaggi principali, valorizzata dalla eccellente qualità degli strumentisti della Academia Montis Regalis, e la enfatica e a tratti plateale regia di Tandberg, ispirata ad un teatro nel teatro, e suggerita dalla beer hall e ristorante storico “Olympen” nel quartiere Grønland di Oslo, può provocare un certo disorientamento. Ma i camerieri alati sono anche gli dei e se ci lascia andare al gioco alla fine la qualità musicale di Monteverdi si impone su tutto il resto, grazie anche al talento vocale di una parte degli interpreti, in particolare Spicer e Allemano, anche se con un facile e scontato gioco di parole si potrebbe dire che più che cercare di restituire la teoria degli affetti che caratterizza l’estetica musicale barocca, la regia abbia insistito su una teoria di effetti, amplificando gli aspetti letterali della vicenda, sacrificando in nome della modernità della messinscena le sfumature allusive cariche di sentimento e sensualità.

Uno splendente e molteplice canto di lode alla Vergine Maria

Il secondo evento monteverdiano si è svolto nella Chiesa dei Gesuiti, che si trova a fianco alla Vecchia Università, dove l’11 agosto è stato eseguito il Vespro della Beata Vergine in un clima decisamente diverso da quello mondano del Landestheater. Nell’acustica della chiesa barocca il grande polittico sonoro presentato dall’ensemble Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini è risuonato in tutta la sua intensità espressiva. Pur esaltando la varietà di soluzioni adottate da Monteverdi nel mettere in musica i versi del Vespro, con l’aggiunta di mottetti o concerti non presenti nel rito liturgico canonico, è emersa la coesione e la capacità di sintesi che caratterizzano il linguaggio musicale monteverdiano, in un crescendo culminato nel "Magnificat", che con la sua alternanza di differenti combinazioni vocali e strumentali appare un condensato dell’intera raccolta. Forse non sapremo mai se, quando venne stampato assieme alla Messa per la santissima Vergine nel 1610, con una dedica al pontefice Paolo V, fosse nato come progetto unitario o frutto di un assemblaggio e rimaneggiamento di musiche preesistenti con la speranza di ottenere il beneficio di un incarico romano. Ma questo non importa, perché il Vespro della Beata Vergine trascende persino il confine tra musica sacra e musica profana nella sua varietà e profondità, come hanno dimostrato i solisti di Concerto Italiano, facendo risaltare la drammaticità del "Dixit Dominus", l’intensità del "Nigra sum", la bellezza del "Duo seraphim clamabant", l’incalzante potenza del "Nisi Dominus", lo splendore della Sonata sopra “Sancta Maria” e la meraviglia dell’inno "Ave Maris Stella".

Il programma del Festival prevede altre opere e concerti fino alla fine del mese di agosto.

16 agosto, 2017 - 10:44
di Giorgio Cerasoli

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